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Banche, intesa vicina dopo le aperture dei leader Ue

È con soddisfazione che la Commissione europea ha incassato all’inizio di questa settimana le dichiarazioni più serene dell’establishment politico su eventuali sostegni al sistema bancario italiano. Il fuoco di fila di minacce, attacchi e contrattacchi aveva reso il negoziato degli ultimi giorni tra Roma e Bruxelles particolarmente difficile. La trattativa continua, alla ricerca di un compromesso voluto dal mondo politico ma che tecnicamente deve ancora essere trovato.
«Il linguaggio politico positivo rende il negoziato più tranquillo – spiegava ieri un esponente comunitario –. Mi sembra che le dichiarazioni dei vari protagonisti si siano allineate sugli stessi principi». Tra lunedì e martedì si sono moltiplicate le prese di posizioni a favore di un accordo sul futuro del sistema bancario italiano (si veda Il Sole 24 Ore di ieri). Ha detto due giorni fa la stessa cancelliera Angela Merkel: «Sono molto convinta che la questione (…) verrà risolta nel modo giusto».
Tutti ammettono che ci sarà probabilmente bisogno di un sostegno pubblico alle banche italiane, e che questo deve essere messo a punto secondo le norme comunitarie. Proprio ieri in una audizione al Parlamento europeo qui a Bruxelles, Elke König, direttrice esecutiva del Consiglio di risoluzione europeo, ha ricordato: «Il bail-in (vale a dire il contributo privato al salvataggio bancario, ndr) è la soluzione politicamente accettata. Il bail-out (ossia l’aiuto statale, ndr) non fa parte del quadro di riferimento».
Da settimane Roma e Bruxelles stanno negoziando eventuali ricapitalizzazioni precauzionali, così come previsto dalla direttiva sui requisiti di capitale (nota con l’acronimo BRRD). Il testo legislativo permette iniezioni di denaro pubblico, ma chiede in cambio il contributo di azionisti e obbligazionisti subordinati. La partecipazione ai costi (burden sharing, in inglese) può essere sospesa in due casi: quando l’impatto è sproporzionato, o quando vi sono rischi alla stabilità finanziaria.
L’Italia vorrebbe la sospensione tout court del burden sharing, sia perché vuole evitare costi controversi e impopolari alle famiglie, sia perché teme di mettere a rischio il modo in cui le banche si rifinanziano. Per ora, la Commissione tentenna visibilmente. L’ipotesi di sospendere il burden sharing alla luce di rischi alla stabilità finanziaria o dell’impatto sproporzionato non convince l’esecutivo comunitario, almeno non in questo momento.
Ciò detto, la Commissione ha già detto di essere pronta a evitare un “impatto negativo” del burden sharing per gli investitori non istituzionali (si veda Il Sole 24 Ore del 3 luglio). «Su questo aspetto siamo stati chiari», spiega l’esponente comunitario. Per quanto riguarda, invece, gli investitori istituzionali non vi sarebbe, per ora, spazio per una sospensione di questo principio, nato sulla scia dei salvataggi pubblici dopo il crollo di Lehman Brothers pur di evitare ai contribuenti di pagare per gli errori altrui.
Secondo statistiche comunitarie, negli anni scorsi, il burden sharing è stato applicato in cinque Paesi della zona euro ed è costato agli investitori 13,65 miliardi di euro in Spagna, 588 milioni di euro in Slovenia, 9,7 miliardi di euro a Cipro, un miliardo in Olanda, e infine tre miliardi di euro in Grecia. «Non solo in nessun caso è stata messa a repentaglio la stabilità finanziaria, ma si è risparmiato molto denaro pubblico», sostiene l’esponente comunitario.
Il caso spagnolo è quello più interessante, agli occhi di Bruxelles. Il burden sharing colpì circa un milione di obbligazionisti non istituzionali, mentre il 20% del settore bancario era oggetto di ristrutturazione. Alcuni risparmiatori poterono recuperare il denaro in tribunale perché riuscirono a mostrare che vi era stato raggiro. Così potrebbe avvenire anche in Italia. Forse il compromesso prevedrà forme di burden sharing per gli investitori istituzionali, proteggendo in qualche modo quelli non istituzionali.

Beda Romano

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