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Banche in rosso per 1,75 miliardi nel 2012

MILANO — Con la maxi perdita di Mps s’è chiusa la tornata dei bilanci bancari 2012. Non una parata di gloria per gli istituti, l’anno iniziato non si annuncia migliore: la lunga recessione italiana affanna imprese e famiglie e intacca la loro fama di buoni pagatori. Una scorsa ai bilanci dei maggiori 11 istituti operanti nel paese mostra che l’aggregato dei conti economici è negativo per 1,75 miliardi. È formalmente meglio del saldo 2011. In realtà le cose sono peggiorate, perché a differenza di molte perdite 2011 appostate svalutando gli avviamenti, quelle su crediti sono perdite “vere”. Gli avviamenti non sono che auspici di redditività futura; quando si rivelano utopici si tira una riga. Stavolta no, come dimostra la pattuglia di banche in rosso e senza dividendi (5 su 11). Fin dal 2008 le banche — in tutto il mondo — sono un gregge in balia di macrotendenze che ne minano i fondamentali: tra il crac Lehman e la crisi Btp furono i requisiti di capitale, dall’anno scorso, con la seconda recessione, sono svalutazioni e accantonamenti di crediti. Unicredit e Intesa Sanpaolo, le due grandi che tengono in utile i conti, la prima grazie alle controllate oltrefrontiera, la seconda sostenendosi con l’exploit di Banca Imi e il trading su titoli propri e di Stato. Poi ci sono cinque gruppi (Mps, Banco popolare, Bpm, Carige, Bper) su cui le pressioni del Fondo monetario — declinate in “suggerimenti” dalla Banca d’Italia — hanno portato ad ampie rettifiche del libro crediti e relative coperture. Ne derivano bilanci in rosso, più o meno profondo, e ricapitalizzazioni fatte, annunciate o prossime. Resistono in utile Ubi (di poco) e Bnl, in forte calo, insieme al Credem, unica banca ad accrescere sensibilmente le grandezze di conto economico.
Spedito in soffitta il 2012, è difficile per gli addetti ai lavori capire oggi se il 2013 sarà semplicemente gramo o “molto gramo”: l’incognita Btp torna a incombere sulle previsioni. A un mese da elezioni politiche senza costrutto — e con il caso Cipro che spaventa gli investitori in Europa — lo spread con il Bund s’è allargato di un centinaio di punti, un po’ meno di quanto abbiano sofferto le azioni bancarie. I mercati sono di umore sospeso, ma è certo che una recrudescenza dello spread complicherebbe i costi di raccolta delle banche (come due anni fa) e la tenuta dei patrimoni, che regge tra qualche fatica. Sul lato dei ricavi appare scontato che il margine di interesse resti sotto pressione, sia per la decrescita dei volumi — tra scarsa offerta e scarsa domanda di credito — sia perché il tasso Euribor (ora sullo 0,20%) dovrebbe ulteriormente calare. Poi andrà gestito il costo del credito, drammatico nel 2012 anche per effetto degli accantonamenti chiesti dalla vigilanza;
gli analisti bancari attendono un 2013 simile, ma depurato della pulizia chiesta da Via Nazionale. Gli aspetti positivi (ma chiedete ai bancari) sono sui costi, che potrebbero limare di un altro 2-3% per effetto degli accordi sindacali 2012, e sulle commissioni. Un po’ tutti gli istituti stanno lavorando ad ampliarle, dirottando risorse verso il risparmio gestito. Lo si è visto dai dati Assogestioni, che in gennaio e febbraio denotano una raccolta di 11,8 miliardi, che già compensa gli 11,3 miliardi fuggiti nel 2012. Ma le commissioni bancarie sono funzioni del risparmio esistente (oltre che dell’andamento dei mercati).

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