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Banche in crisi con l’economia reale

L’allarme lo ha lanciato ieri Mediobanca Securities. Solo il 30% del deficit di capitale di 309 miliardi di euro è relativo a Basilea III, cifra equamente suddivisa tra i Paesi dell’Ue. E ancora. Il vero problema di Italia, Regno Unito e Spagna è la qualità del credito, mentre il nord Europa deve affrontare maggiori problemi sui coefficienti di ponderazione del rischio e sul leverage.
Insomma il quadro dipinto dagli analisti di piazzetta Cuccia è allarmante. Ma in questo contesto – osservano gli addetti ai lavori – la vera spada di Damocle per gli istituti italiani è rappresentata solo (e non è poco) dall’economia reale. Già, perché numeri e simulazioni fatte dalle case d’affari parlano chiaro su questo punto: i big del settore bancario in Italia hanno una struttura solida fatta di poca finanza e titoli tossici, specie se confrontata con il resto del sistema europeo. Proprio questo punto di forza è stato l’elemento chiave che ha limitato l’impatto della forte crisi finanziaria degli ultimi anni sulle banche del Belpaese. Tuttavia – si osserva – è altrettanto vero che il sistema Italia è anche tra i più esposti all’economia reale, data la natura commerciale degli istituti.
Sul primo punto, ovvero la «finanza», i numeri sono snocciolati dall’ultima ricerca fatta da R&S Mediobanca: se si guarda il rapporto tra derivati sul totale attivo per le prime due banche italiane, UniCredit e Intesa Sanpaolo, è rispettivamente del 12,4% e del 9%. Tale dato si confronta con il 47,3% del Credit Suisse o il 22,7% dell’inglese Hsbc. Così come in Francia la media è del 20,3%. Discorso simile per la leva finanziaria: i primi due istituti italiani hanno un rapporto tra il totale attivo tangibile e il patrimonio netto del 19,6 contro il 40 dei principali istituti svizzeri e il 45 di quelli tedeschi. Infine, il terzo dato di rilievo è la quantità di titoli tossici in bilancio: per le italiane il rapporto medio tra attivi di livello 3 e il patrimonio netto è 12,8, contro il 24,4 delle banche francesi e il 55,8 delle banche tedesche.
Il quadro cambia se invece si guarda all’esposizione dei principali istituti europei all’economia reale. Ovvero se si dà conto dei crediti dubbi in bilancio. In questo caso, solo considerando UniCredit e Intesa Sanpaolo i crediti dubbi a giugno del 2012 arrivavano a 123 miliardi circa, contro i 29 miliardi delle prime due banche tedesche (Commerzbank e Deutsche bank) e i 50 miliardi delle due principali banche spagnole (Santander e Bbva). Dello stesso tono i crediti dubbi inglesi (176 miliardi) e francesi (116 miliardi). Quanto al tasso di copertura, quello di Intesa e Unicredit viaggia intorno al 47,7% ma in Spagna lo stesso arriva al 64%, più o meno come la Francia (63%).
Questo confronto fornisce un’idea della situazione dei big, ma più in generale è tutto il sistema bancario italiano a soffrire il peggioramento dell’economia reale. Nel 2012 il bilancio delle prime dieci banche italiane si è chiuso in rosso per un miliardo. E se il buco gigantesco registrato un anno prima, nel 2011 (26 miliardi), era tutto da imputare alle rettifiche sugli avviamenti, l’impatto decisivo del 2012 è stato proprio quello dei crediti deteriorati, che hanno costretto le prime dieci banche a rettifiche per 20,8 miliardi: il 49,9% in più dell’anno precedente, quando avevano sfiorato i 14 miliardi.
Secondo i calcoli di R&S Mediobanca, mediamente le prime otto banche italiane accantonavano nel 2008 il 60,7 per cento a fronte dei soli crediti in sofferenza. Oggi il tasso di copertura medio è molto più basso: 49,9 per cento. Ma quello che più preoccupa è la differenza tra le varie banche. Perché se Intesa, UniCredit e Mps hanno tenuto sostanzialmente elevato il tasso di copertura (che va dal 55% di Mps al 60,5% di Intesa), altri istituti sono più bassi: per Ubi Banca, per esempio, è solo il 41,5 per cento. Secondo le stime di AlixPartners, se le banche italiane svalutassero correttamente i loro crediti dubbi, incasserebbero perdite nei bilanci per complessivi 23 miliardi.

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