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Banche, il grande rischio perché i mille miliardi di Draghi potrebbero finire in Btp

Un fiume di denaro sta per riversarsi sulle banche e nelle intenzioni della Bce – sulle imprese. Fino a quattrocento miliardi entro il 2014 e altri 600 nei successivi due anni; dunque mille miliardi in tutto, nell’ipotesi più generosa, destinati a ridare fiato al sistema produttivo. Le aste di Tltro (Targeted long term refinancing operations) sono la prima mossa della manovra a tenaglia con cui la Bce conta di portar fuori dalle secche della deflazione e della crisi infinita l’area euro; l’altro passaggio sarà l’acquisto di titoli Abs (asset backet securities), nelle speranze di molti una sorta di “antipasto” del quantitative easing. Alle prime due aste le principali banche italiane parteciperanno chiedendo circa 37 miliardi. Ma arriveranno davvero alle imprese? Qualche perplessità c’è, anche perché una serie di “luoghi comuni” hanno contribuito ad alzare il livello delle aspettative: in realtà non è così automatico il legame tra i finanziamenti e il loro utilizzo né così peregrino il “rischio” che una parte di quei fondi distribuiti alle banche venga poi utilizzato per fare carry trade (e comprare titoli di Stato). E’ infatti vero che questo denaro a bassissimo costo ha una destinazione d’uso (la prima di T di Tltro sta per “targeted”) esplicita, ma questo obiettivo non rappresenta un vincolo vero e proprio, al massimo è un deterrente: il rischio massimo che corrono le banche è di dover restituire anzitempo i finanziamenti (dopo due anni invece che dopo quattro) con una verifica che verrà fatta nell’aprile 2016. L’altra precondizione, forse ancora più importante, è che si formi una domanda forte – e qualitativamente buona – di credito aggiuntivo; in altre parole, che il cavallo torni a bere. E anche questo passaggio non è scontato, in un momento di forte difficoltà dell’economia. La Bce ha fatto tutto il possibile per incentivare le banche e le imprese a prendere questi soldi; compresa la mossa di ridurre ulteriormente (allo 0,05%) il tasso di riferimento dell’eurozona, portando così il costo di queste prime aste allo 0,15% (che resterà fisso, fino a restituzione delle somme, a differenza delle vecchie aste di Ltro). «Per le banche di paesi non-core il vantaggio in termini di costo del finanziamento sarà tangibile – spiega Giuseppe Attanà, presidente Assiom Forex – per gli istituti italiani significherà far provvista tra 60 e 100 punti base in meno rispetto a finanziarsi direttamente sul mercato, mentre per le banche tedesche i costi sono quasi gli stessi: in questa fase la Germania si approvvigiona sui due anni al tasso Euribor flat o quasi. Certo, bisogna considerare il costo di dover consegnare i collaterali in Banca centrale, però il vantaggio c’è e il beneficio del minor costo del credito arriverà anche al cliente». La differenza di costi nei vari paesi dell’eurozona aiuta a spiegare perché nelle aree core non ci si aspetta la corsa a prenotare questi fondi (a partire dalla Germania, che sulla carta avrebbe diritto alla quota più grande dei fondi iniziali, 95 miliardi rispetto ai 75 dell’Italia). L’altro ragionamento da fare è quale tipo di utilizzo si possa fare con questi soldi. Anche perché rispetto a qualche anno fa, quando erano state varate le altre operazioni di rifinanziamento a lungo termine della Bce (dicembre 2011 e febbraio 2012) sono cambiate le condizioni della liquidità: in questo momento ce n’è d’avanzo, il problema semmai è trovare opportunità di investimento remunerative. «Siamo da tempo in trappola di liquidità – spiega Donato Masciandaro, direttore del Dipartimento di Economia alla Bocconi – in cui tutti coloro che ce l’hanno non la cedono, dagli 80 euro in su. E purtroppo la politica monetaria non è efficace sulla trappola della liquidità e lo stesso quantitative easing non servirebbe. Il punto è che bisogna convincere le banche e gli investitori a fare business, a promuovere investimenti reali». Ormai comunque siamo arrivati all’appuntamento clou, fissato per il 18 settembre. Sarà la prima asta di rifinanziamento del sistema, cui ne seguirà un’altra a dicembre. Poi, fino a metà 2016, ce ne saranno altre sei, con cadenza trimestrale. Nei primi due appuntamenti con la Bce, le banche dell’eurozona potranno chiedere fino al 7% degli impieghi “eleggibili” (cioè erogati a imprese e famiglie, con l’esclusione di quelli finanziari e dei mutui casa) al 30 aprile scorso. Dunque, una fotografia statica, dello stock già in essere prima che fosse annunciata la nuova stagione di aste. Anche successivamente, comunque, i mutui casa saranno esclusi dal computo dei nuovi impieghi: una scelta fatta a livello di Banca centrale per la ferma opposizione della Germania. La “verifica” sull’utilizzo dei finanziamenti ottenuti dalla Bce per incentivare il tessuto produttivo comincerà dopo le aste del 2014 e scatterà a ridosso dei successivi appuntamenti, secondo un meccanismo che prevede l’identificazione di un benchmark per ogni banca, che fotograferà la dinamica degli impieghi (tra aprile 2013 e aprile 2014) e farà da base di confronto con quanto succederà nel proseguo. Sarà questo raffronto a fare da faro sia per gli incentivi sulle aste successive sia per convincere le banche a prestare, e gli ammontari complessivi varieranno a seconda di quanto crescerà davvero la domanda di credito e di quanto le banche la soddisferanno. A ridosso di ogni asta, a partire da marzo 2015, sarà verificato l’andamento dei prestiti rispetto al proprio benchmark e la differenza positiva (ma anche solo il rallentamento nella diminuzione delle erogazioni) potrà essere triplicata in fase di asta, come quantitativo richiedibile alla Bce. Allo stesso modo, nell’aprile 2016 si faranno le verifiche sullo stock dei prestiti e se questo sarà inferiore al benchmark nel periodo maggio 2014-aprile 2016 i fondi presi dovranno essere restituiti nel settembre dello stesso anno; quindi, con due anni di anticipo rispetto alla fine naturale (settembre 2018). In sostanza, il disincentivo a far altro è abbastanza blando: l’unica “penalità” è la restituzione anticipata del finanziamento (oltre all’impossibilità di partecipare alle aste successive). Inoltre, qualche pessimista arriva ad ipotizzare che a ridosso delle date in cui scatterà la fotografia sullo stock di impieghi potrebbe esserci una “innaturale esuberanza” del capitolo prestiti alla clientela corporate, magari con operazioni di durata particolarmente breve; ma un comportamento del genere farebbe parte della patologia, difficilmente prevedibile. E qui si ritorna al punto di partenza: funzioneranno queste Tltro? I nuovi fondi diventeranno davvero nuova linfa per l’economia? «Impiegare queste risorse con le imprese può avere profili di rischio molto elevato – spiega Angelo Baglioni, professore di Economia politica alla Cattolica e redattore de la voce.info – anche perché la domanda è ancora bassa e spesso finalizzata a finanziare l’attività corrente, non gli investimenti. Dunque il timore che con questi soldi alla fine gli istituti di credito comprino titoli di Stato resta alto. Del resto più che di vincoli nella destinazione, parlerei di blando deterrente da parte della Bce, cioè la restituzione anticipata dei soldi presi a prestito. Un altro effetto distorsivo, nel meccanismo di queste aste, è che vengono premiate le banche che nel recente passato hanno ridotto i finanziamenti: per loro basterà mantenere lo stesso passo rispetto al periodo di osservazione del cosiddetto benchmark per far scattare il meccanismo premiante, mentre le più virtuose, che non avevano ridotto il credito in precedenza, dovranno aumentarlo per far scattare il moltiplicatore sulla cifra che si può richiedere in asta». Però non c’è incentivo di tasso che possa spingere il cavallo a bere, se non ritiene sia il momento giusto di tornare ad investire; e non c’è vantaggio che possa spingere le banche a prestar soldi se temono di non rivederli indietro.

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