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Banche, il governo stringe ma misure ancora in salita

ROMA Governo nel pantano sulle banche? Così sembra. Da tempo annunciati, i quattro provvedimenti stentano ad uscire dalle stanze dei tecnici che vi lavorano, in particolare quelli del ministero dell’Economia. Il problema, spiegano, è il livello politico che deve decidere. E non lo fa. Così
bad bank, misure sulle quattro banche salvate, riforma Bcc (gli istituti di credito cooperativo) e da buono ultimo il recupero dei crediti assomigliano sempre più alla natura dei prestiti che vorrebbero sbloccare: incagliati.
Quattro decreti, quatto alibi. Giustificazioni ufficiali, da oggi di nuovo alla prova mercati, ce ne sono. Vediamole, una per una. Il provvedimento sulla bad bank “leggera” – «ma non è detto che arrivi», suggeriscono fonti del Tesoro – è appeso all’incontro di domani tra il ministro Padoan e la commissaria alla concorrenza Vestager. Il nodo della trattativa ruota tutto attorno al prezzo della garanzia pubblica da applicare ai 200 miliardi di crediti deteriorati delle banche italiane per venderli meglio. Un prezzo basso garantisce incassi più elevati per gli istituti di credito, a cui l’ipotesi non a caso piace. Mentre a Bruxelles dispiace, per la somiglianza a un aiuto di Stato. Si discute perciò attorno alla soglia dei 100 punti base, dunque un prezzo dell’1% (soldi incamerati dallo Stato) per una garanzia- scaffale e cioè a richiesta: paghi quando la usi.
Secondo decreto, quello delle quattro banche fallite il 22 novembre: Banca Etruria, Banca Marche, CariFerrara e CariChieti. Che fine ha fatto? Previsto dalla legge di Stabilità votata a fine dicembre, sulla carta il provvedimento può arrivare entro il 30 marzo. Ma Cantone, presidente Anac e incaricato di gestire l’arbitrato per assegnare gli indennizzi ai risparmiatori con i bond azzerati, si è spinto a promettere una soluzione per gennaio: «Il lavoro procede molto bene, lavoriamo per avere il decreto entro fine mese», diceva meno di quindici giorni fa. Al ministero i tecnici in effetti ci lavorano a tempo pieno. Ma i nodi sono politici e il premier Renzi non li scioglie. Il fondo da 100 milioni non basta: va integrato? Se però le risorse non ci sono (in realtà si tratta di soldi privati, messi dalle altre banche italiane), quali tetti introdurre per i rimborsi? A chi dare preferenza? Agli anziani che hanno perso tutto, come pure si è detto? Al ministero lo escludono. A chi è stato truffato? Ma come dimostrarlo? Nodi aperti. E intanto però i risparmiatori furibondi organizzano un’altra manifestazione per domenica prossima a Roma (il giorno dopo il Family Day), dalle 10 alle 15 in piazza Santi Apostoli, con tanto di palco aperto ai politici che vorranno (hanno già aderito Giorgia Meloni di Fratelli d’Italia e Forza Nuova di Roberto Fiore). In arrivo con i pullman anche i risparmiatori delle banche venete.
E gli altri due provvedimenti? Quello sul recupero dei crediti – da accelerare – annunciato dal ministro Padoan sabato a Davos, è di fatto un ectoplasma. Il ministero dell’Economia dice che ci lavora anche quello della Giustizia. Alla Giustizia sabato non sapevano nulla (probabile siano stati avvertiti ieri dopo l’annuncio). Si punta a sveltire ancora di più le procedure concorsuali, così da ridurre (forse anche dimezzare) i 7 anni necessari alle banche italiane per far rientrare un credito sofferente. Infine le Bcc, le banche di credito cooperativo (371 tra casse rurali e piccoli istituti, da ricompattare). La riforma è pronta, scritta e finita da quel dì. E punta a costruire un gruppo da 20 miliardi di patrimonio, guidato da una holding di controllo. Se ne occupa il sottosegretario Baretta, il quale però non riesce a confermare se il testo arriverà al Consiglio dei ministri di questa settimana. Come mai? Probabile un accorpamento con gli altri provvedimenti (forse un maxi-decreto?) che però tardano. Insomma, il caos.
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