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Banche, il declassamento dei rating fa scattare nuovi allarmi liquidità

Potremmo definirla la dura legge del rating. Il tanto vituperato voto sull’affidabilità creditizia trova infatti ogni giorno un modo nuovo per strozzare qualcuno. Ora tocca alle banche dei Paesi più deboli (Italia inclusa): i declassamenti da parte di Moody’s, Standard & Poor’s e Fitch stanno inaridendo sempre più le loro già semi-secche fonti di finanziamento. Perché se peggiora il rating di istituti di credito, imprese e Stato, per le banche si riduce la quantità di denaro prelevabile presso il “bancomat” della Bce. Non solo: gli istituti perdono anche la gestione della liquidità delle cartolarizzazioni. E questo, unito al fatto che per gli istituti di molti Paesi ormai è arido sia il mercato obbligazionario sia quello interbancario, crea tensioni nuove. E rinvigorisce vecchie preoccupazioni.
Bene inteso: per ora non c’è allarme “rosso”. La grande abbondanza di liquidità arrivata tra dicembre e febbraio dalla Bce ha infatti dato agli istituti di credito di tutto il Sud Europa “l’acqua” sufficiente per vivere in questi anni di siccità. Questo ha scongiurato traumatiche crisi di liquidità. Ma non ha eliminato alla radice il problema: le banche italiane, spagnole e di molti Paesi hanno sempre meno fonti di finanziamento. Dipendono sempre più dalla Bce. E se in futuro a causa della turbolenza in Grecia anche i depositi dovessero ridursi (cosa per esempio accaduta in Spagna), allora i problemi potrebbero emergere veramente. Anche perché gli ultimi dati della Bri dimostrano che un po’ tutte le banche del mondo si stanno ritirando nel proprio Paese: questo crea tanti micro-mercati e, di conseguenza, inaridisce ulteriormente il bacino di liquidità per tutti. Italiani inclusi.
Se il voto peggiora
Iniziamo dall’effetto boomerang del rating. L’ultima ondata di declassamenti da parte delle tre sorelle del voto ha creato problemi nuovi per gli istituti di credito del Sud Europa. Innanzitutto sui finanziamenti che le banche ottengono dalla Bce. L’istituto di Francoforte, quando presta soldi a varie scadenze, chiede infatti in cambio titoli in garanzia (chiamati “collateral”). Ovviamente più i titoli dati in garanzia sono di bassa qualità, cioè hanno rating bassi, meno denaro la Bce può erogare. Ecco dunque il primo problema: i recenti declassamenti di rating (a Stati, banche e aziende) hanno peggiorato la qualità dei titoli che le banche del Sud Europa possono dare in garanzia, riducendo la potenzialità dei loro prelievi. Per ora il problema – dicono alcuni tesorieri – è marginale. Ma rischia in prospettiva di rendere sempre meno facile l’accesso al “bancomat” della Bce, da cui le banche italiane ad aprile hanno prelevato 271 miliardi di euro: cioè sei volte in più di un anno prima.
C’è poi un altro effetto boomerang del rating. Le banche italiane (come le altre) negli ultimi anni hanno cartolarizzato molti mutui: hanno insomma preso pacchetti di mutui e li hanno venduti a varie società-veicolo, le quali hanno emesso obbligazioni garantite dai mutui sottostanti. Le società-veicolo hanno sempre tenuto nelle stesse banche il conto corrente su cui far transitare la liquidità in arrivo dalle rate dei mutui. Questi, per le banche, erano depositi preziosi. Soldi su cui facevano affidamento. Ebbene: dopo gli ultimi declassamenti, la maggior parte delle banche italiane e del Sud Europa non ha più un merito di credito adeguato per gestire il conto corrente delle società-veicolo. Così queste hanno dovuto spostare i loro depositi su banche tedesche o francesi: un’altra goccia di “acqua” in meno (salvo accordi con le banche estere) per le italiane, spagnole e così via.
Siccità sui mercati
Questo si somma ai problemi che durano ormai da oltre un anno: le banche italiane (ma anche quelle di molti altri Paesi) hanno perso l’accesso ai mercati obbligazionari e interbancari. Calcola Dealogic che nel mese di giugno le italiane non abbiano emesso alcun tipo di obbligazione. Zero assoluto. Da gennaio le emissioni (inclusi gli iper garantiti covered bond) sono ammontate in Italia a 9,6 miliardi in totale: si tratta dell’81% in meno rispetto allo stesso periodo del 2011 e del 48% in meno rispetto a gennaio-giugno 2010. Questi sono tutti soldi che l’anno scorso c’erano e che ora mancano. Sostituiti certo dal denaro della Bce. Ma questa è una magra consolazione: il mercato non c’è più.
Stesso discorso per il mercato interbancario (quello su cui gli istituti si prestano soldi gli uni con gli altri): gli operatori assicurano che ormai gli scambi sono pochi e su scadenze brevissime. Anche lo stesso Mario Draghi, presidente Bce, ha affermato recentemente che «il mercato interbancario non funziona più». Insomma: è come se in un corpo si seccassero quasi tutte le vene e le arterie, e il sangue dovesse in gran parte arrivare da trasfusioni esterne. Fino ad oggi, infatti, la Bce ha sopperito a tutte le maggiori necessità delle banche del Sud Europa. Ma se la qualità dei titoli da dare alla Bce peggiorasse ancora, se il panico-Grecia dovesse un giorno ridurre i depositi, e se la bufera finanziaria isolasse ulteriormente gli istituti italiani e del Sud Europa, allora i timori di oggi diventerebbero i problemi di domani.

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