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Banche, il boomerang delle garanzie

di Morya Longo

Li chiamavano «rischi zero». «Risk free». Erano un rifugio per tutti: banche e risparmiatori. Eppure gli istituti di credito con i titoli di Stato italiani rischiano ora di strozzarsi. Negli ultimi giorni ai mille problemi che il crollo dei BTp ha comportato, se n'è infatti aggiunto uno nuovo: le banche, che nelle grandi operazioni di pronti contro termine stipulate con altre istituzioni finanziarie hanno messo in garanzia BTp, sono ora in molti casi costrette a reintegrare queste garanzie. Sono insomma obbligate a offrire denaro cash (non più titoli di Stato) a tutela delle stesse operazioni, per il banale motivo che i BTp offerti in precedenza hanno perso troppo valore.

Morale: questo sta risucchiando dalle banche italiane un sacco di soldi. Tanti davvero: sul mercato si dice che i maggiori istituti negli ultimi giorni siano stati costretti a sborsare anche centinaia di milioni di euro solo per reintegrare le garanzie dei pronti/termine. Liquidità che, dall'oggi al domani, si è volatilizzata. Tornerà se i BTp dovessero risalire la china, certo. Ma per ora è uscita. E, di questi tempi, perderla non è auspicabile per nessuno. In un mercato in cui i rischi si intersecano l'uno con l'altro, i titoli di Stato si "inventano" ogni giorno un modo nuovo per tirare nel vortice le banche. Chi voleva un assaggio del rischio sistemico (cade uno, cadono tutti), eccolo servito.

BTp, il «virus delle banche»

Per capire i meccanismi di trasmissione di questo "virus" bisogna partire dai titoli di Stato. Per mille motivi (si veda pagina 3) i BTp italiani sono diventati merce che scotta. Le vendite sono sempre più forti, tanto che lo spread sui Bund (cioè il rendimento aggiuntivo che i BTp devono pagare rispetto ai titoli di Stato tedeschi) ha raggiunto ieri il record di 3 punti percentuali. Questo è, ovviamente, un problema per lo Stato che deve rifinanziare 184 miliardi di euro di debito nel 2012. Ma è un problema anche per le banche italiane. Il motivo principale è semplice: quando una banca chiede in prestito denari sul mercato (emettendo obbligazioni), deve offrire agli investitori un tasso d'interesse un po' più elevato (o quantomeno in linea) rispetto a quello che paga il suo stesso Stato. Così, dal momento che i BTp sono costretti a offrire rendimenti sempre più alti, anche le banche sono trascinate nello stesso vortice. Insomma: anche per loro aumenta il costo del debito.

Questo erode gli utili, rende poco competitive le banche italiane rispetto alle concorrenti tedesche o francesi, le spiazza dal mercato. E rende più difficile, per loro, reperire sui mercati internazionali i finanziamenti di cui hanno bisogno. Si tenga conto che UniCredit a maggio – dato più recente – aveva soddisfatto solo il 58% delle sue esigenze di finanziamento, pari a 32 miliardi per l'intero 2011. E l'anno prossimo dovrà raccogliere, solo per rimborsare le scadenze, 37 miliardi. Intesa è invece a posto per quest'anno, ma nel 2012 dovrà emettere obbligazioni per 22 miliardi. Ebbene: se i rendimenti restano sui livelli attuali, il costo non sarà da poco. Soprattutto se si pensa che le loro emissioni di bond (si veda tabella a fianco) faranno concorrenza a quelle di titoli di Stato italiani.

Gli effetti collaterali

Sul mercato i grandi hedge fund stanno già cercando di calcolare il punto di «rottura»: il livello di rendimento che diventa veramente intollerabile. «Secondo i nostri modelli di rischio – spiega un gestore – per i BTp decennali il massimo tollerabile è il 7%: Grecia e Portogallo più o meno quando hanno raggiunto questi livelli hanno dovuto chiedere aiuto al Fondo Monetario e all'Europa». Partendo dal presupposto che i modelli di rischio non vanno presi per oro colato, vedere i BTp decennali al 5,7% fa comunque un effetto un po' sinistro. Per questo tanti fondi stanno alleggerendo le posizioni sui BTp e, di conseguenza sulle banche italiane che sono viste come un rischio analogo.

Piccolo effetto collaterale: questo avvita ulteriormente la situazione. Le banche della Penisola hanno infatti 200 miliardi di BTp in pancia, per cui il ribasso dei prezzi dei titoli di Stato si traduce in perdite in bilancio (solo per i titoli iscritti come trading). Non solo. Gli istituti che hanno usato i BTp come collaterale (garanzia) delle operazioni di pronti contro termine con altre istituzioni finanziarie (non con la clientela di piccoli risparmiatori), sono costretti a reintegrare le garanzie. E questo provoca altre fuoriuscite di liquidità. Insomma: il circolo vizioso si avvita.

La speculazione

In questo contesto si inseriscono gli investitori, che cercano di trarre profitto o di limitare le perdite. Tanti vendono azioni bancarie in Borsa. Tanti altri lo fanno attraverso i listini meno trasparenti. «Sui mercati vediamo un'elevata attività ribassista e ordini girati sugli Mtf (listini alternativi, ndr) e su dark pool», afferma Alessandro Capuano di Ig Markets. I «dark pool» sono mercati all'ingrosso privi di qualunque trasparenza: chi passa da queste «piscine oscure» (traduzione letterale) non lascia tracce.

Se si pensa, poi, che attraverso derivati azionari (tutti trattati fuori-borsa) i grandi investitori possono vendere anche in modo sintetico azioni bancarie, il vortice è fatto. Motivi reali si intersecano con quelli speculativi. Ed è inutile prendersela con gli speculatori: forse la responsabilità maggiore è di chi non è riuscito a regolamentare mercati immensi e non è riuscito nemmeno – a oltre un anno dalla crisi in Europa – a partorire una soluzione.

 

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