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Banche, il grande gelo di Ubi sull’offerta di Intesa Sanpaolo

MILANO — Dopo i mugugni della vigilia, ieri è andato in onda il “grande freddo” del fronte Ubi sull’offerta di Intesa. Il consiglio per ora ha detto “ni” all’offerta Intesa. Ma secondo alcuni prepara le munizioni, si attrezza per resistere. Per ora si è limitato a prendere formalmente le distanze, seguendo un protocollo quasi obbligato. Quindi, al termine di un cda piuttosto breve, ha diramato una nota in cui spiega di aver «visionato la comunicazione dell’offerta» di Intesa, e ha dato mandato all’ad Victor Massiah – d’intesa con il presidente – di selezionare advisor finanziari e legali che «assisteranno il gruppo nello svolgimento delle attività di valutazione delle informazioni finora rese pubbliche e del documento di offerta una volta disponibile», annunciato per il 7 marzo. Gli advisor, tra cui dovrebbe essere scontato il Credit Suisse, da sempre vicino alla banca, considereranno l’offerta, «con le alternative possibili», aggiunge il testo. Un atto dovuto, da parte del cda, che prima del lancio dell’offerta dovrà esprimersi formalmente sulla proposta. Un po’ più esplicito Massiah: in una lettera ai dipendenti ha ricordato che l’operazione non è stata concordata né era a conoscenza del management, arrivata «al termine della importante giornata in cui abbiamo presentato il piano industriale », ben accolto dal mercato. Poi il passaggio più significativo: è presto per esprimere un giudizio, ma occorre tener presente che l’offerta al momento è «solo una proposta che, prima di diventare progetto, dovrà passare attraverso un complesso, e per nulla scontato, iter autorizzativo delle autorità vigilanti e di approvazione da parte delle assemblee ».
Se dal fronte Intesa ieri ci sono state numerose attestazioni di gradimento, da parte delle Fondazioni azioniste e dello stesso ministro dell’Economia Roberto Gualtieri, che ha sottolineato «come sia importante che ci sia un consolidamento del nostro sistema bancario», in casa Ubi si respira un’aria molto più perplessa. Soprattutto – ma non solo – sulla valorizzazione della banca. L’offerta di Intesa valuta il patrimonio netto circa 0,6 volte, secondo i calcoli degli analisti. «I valori dell’offerta sono lontani da quelli che ci si aspettava», hanno spiegato fonti vicine ai grandi azionisti Ubi all’agenzia di stampa Ansa. Oggi si riunisce il Car, il patto di consultazione che raccoglie circa il 18% della banca. Sono grandi famiglie tradizionalmente azioniste della banca – da Beretta a Bosatelli, a Bombassei ai Radice – e le principali Fondazioni; ma non il nucleo storico bresciano, coagulato intorno alla famiglia Bazoli. Poi ci sono i grandi fondi internazionali, che detengono quote significative del capitale. Azionisti diversi, quindi, che potrebbero avere anche interessi e obiettivi diversi.
E qui torna in ballo il nodo del prezzo. Ieri il Financial Times , nella Lex Column, ha ricordato brevemente l’operazione: a fronte di un esborso, in nuove azioni, per circa 4,9 miliardi, e dopo la vendita degli sportelli a Bper, per circa un miliardo, si crea uno spazio contabile di 2 miliardi, da usare per bilanciare le spese di fusione (le uscite dei dipendenti) e lo smaltimento di 4 miliardi di crediti Ubi in difficoltà. L’editoriale conclude: gli azionisti di Intesa fanno una buona operazione. Quelli di Ubi non dovrebbero vendere troppo presto. Ieri in Borsa il titolo Ubi ha conservato una valutazione a premio (circa il 2%) sopra il prezzo dell’offerta.
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