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Banche, gestione unica per le crisi

Il Parlamento europeo ha approvato ieri, dopo lunghi negoziati, la nascita di un meccanismo unico di gestione delle crisi creditizie, tassello dell’unione bancaria. Quest’ultima, tuttavia, non può dirsi ultimata. A breve, le autorità comunitarie dovranno chiudere due partite ancora aperte: la chiave di contribuzione al fondo di risoluzione e il paracadute pubblico da associare a questo stesso fondo. Da risolvere a più lungo termine è anche il tema della garanzia comune dei depositi bancari.
«Non dobbiamo cadere nell’errore dell’auto-soddisfazione – ha spiegato a Strasburgo il commissario al mercato unico, il francese Michel Barnier -. Sappiamo che vi sono ancora gravi difficoltà in alcuni paesi. Quanto abbiamo fatto finora per rendere più solida la zona euro è solo la pre-condizione per ridare una base stabile e sana ai mercati finanziari. Su questa nuova base dobbiamo ridare slancio alla crescita, all’occupazione e alla competitività».
La scelta di rafforzare l’integrazione della zona euro con la nascita di un’unione bancaria risale al 2012 quando i governi europei in piena crisi debitoria decisero di trasferire la sorveglianza creditizia dagli stati membri alla Banca centrale europea, accettando un controverso trasferimento di sovranità. Nel contempo, gli stessi governi si sono messi d’accordo per uniformare le regole sulle garanzie nazionali dei depositi bancari e per creare un meccanismo comune di gestione delle crisi creditizie.
Su quest’ultimo fronte, il nuovo assetto, più confederale che federale, si basa su tre principi: le scelte sul futuro di una banca sono europee, ma coinvolgono gli enti nazionali; la divisione delle responsabilità tra livello nazionale e livello europeo sono le stesse per la vigilanza, la risoluzione e il finanziamento del fondo di risoluzione; quest’ultimo si avvale di denaro privato, non di denaro pubblico. Creditori e obbligazionisti devono essere messi a contribuzione; solo in casi estremi si potrà usare il bilancio statale.
La decisione di chiudere o di ristrutturare una banca è presa dalla Commissione sulla base di un’istruttoria del consiglio di risoluzione che raggruppa, oltre alla Bce, anche le autorità nazionali. I governi possono bloccare la scelta se non vi è «interesse pubblico» o se c’è una «modifica sostanziale» dell’ammontare di denaro nel fondo di risoluzione. A regime quest’ultimo avrà circa 55 miliardi di euro, si baserà su contributi delle banche e potrà prendere a prestito sui mercati.
Il nuovo meccanismo di gestione delle crisi creditizie entrerà in vigore tra il 2015 e il 2016. Elisa Ferreira, una socialista portoghese relatore del dossier si è detta soddisfatta, ma ha aggiunto: «Alcuni dettagli restano da ultimare, e dobbiamo seguire da vicino questi aspetti. Prima di tutto, i governi devono ratificare la nascita del fondo di risoluzione perché questo nasca il 1° gennaio 2016. E poi non dimentichiamo l’impegno dei governi a sostenere finanziariamente il fondo».
Quest’ultimo prevede una graduale mutualizzazione delle risorse, e una messa a regime dopo otto anni. Il testo legislativo approvato ieri dal Parlamento stabilisce che il fondo di risoluzione possa godere di un paracadute finanziario. Il regolamento spiega che il consiglio di risoluzione «deve accordarsi su soluzioni finanziarie, comprese, quando possibile, soluzioni finanziarie pubbliche per garantire l’accesso immediato a ulteriore denaro fresco».
La Bce sta facendo pressione perché questo aspetto, molto controverso, venga risolto rapidamente. Ne va della solidità del fondo di risoluzione, della credibilità della vigilanza bancaria, della capacità del nuovo assetto di spezzare il circolo vizioso tra bilanci sovrani e bilanci bancari. Nel contempo, Commissione e Consiglio dovranno stabilire nei prossimi mesi la chiave di contribuzione allo stesso fondo di risoluzione «tenendo conto del proflio di rischio delle banche». È probabile un braccio di ferro tra paesi.
A complicare le trattative è il fatto che le regole sulle ristrutturazioni bancarie prevedono già il contributo di azionisti e obbligazionisti fino all’8% delle passività prima dell’intervento del fondo di risoluzione. Infine, rimane aperta la questione relativa alla garanzia dei depositi bancari. Per ora, Parlamento e Consiglio si sono limitati a uniformare le regole nazionali (anche questo pacchetto è stato approvato ieri). In ultima analisi l’obiettivo è di far sì che vi sia una garanzia in comune.
La nascente unione bancaria implica un’importante cessione di sovranità. La Commissione è convinta che le banche saranno più solide di prima nell’affrontare shock economici e che i fallimenti creditizi non necessiteranno più di denaro pubblico. L’impianto rimane forse troppo confederale per essere realmente solido. La speranza di molti osservatori è che si sia comunque gettata la base per un’ulteriore integrazione in futuro.

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