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Banche francesi sotto attacco

di Marco Moussanet

La giornata in Borsa era cominciata malissimo anche ieri, con il Cac40 in calo del 3% e i titoli bancari in picchiata: -9% per Bnp Paribas e Dexia, -7% per Société Générale e Crédit Agricole. Poi la situazione è leggermente migliorata, con l'indice che ha chiuso a -1,85% e le quotazioni dei grandi istituti di credito in arretramento del 4-5 per cento. Ma lo scenario di fondo non cambia.

Dexia a parte, che sta per essere declassata da Moody's e rappresenta un caso del tutto particolare (ieri il titolo ha perso più del 10% e un cda d'emergenza è stato convocato nella notte per un possibile nuovo piano di salvataggio), l'ultimo trimestre dei grandi gruppi bancari francesi è da incubo: -53% per SocGen, -52% per l'Agricole, -45% per Bnp. A fronte di un indice Dj Stoxx 600 Banks in flessione nello stesso periodo del 28 per cento. Banche greche a parte, in nessun Paese il sistema del credito è stato complessivamente così penalizzato dai mercati. Per non parlare dei Cds, che negli ultimi tre mesi sono passati da 129 a 347 punti base per SocGen, da 11 a 259 per Bnp e da 130 a 258 per Agricole. E allora bisogna chiedersi qual è la malattia delle banche francesi.

In realtà le malattie sono due: la prima si chiama finanziamento – soprattutto in dollari, ma non solo – e la seconda esposizione al debito dei cosiddetti Paesi periferici della zona euro (Grecia, Irlanda, Portogallo, Spagna, Italia). «Il sistema francese – ha riconosciuto ieri in un discorso a Tokyo lo stesso Governatore della Banque de France Christian Noyer – ha una reale vulnerabilità che dipende dalle esigenze di finanziamento in dollari legato alla rilevanza delle attività internazionali. Una situazione che le banche hanno forse tardato nell'affrontare efficacemente. Ora stanno rimediando, d'un lato diminuendo il loro livello di indebitamento e dall'altro risanando i loro bilanci».

In effetti tra il 12 e il 28 settembre i tre big del credito francese hanno presentato dei piani che vanno appunto in questa direzione e grazie ai quali la loro dipendenza dai finanziamenti in dollari e in particolare dai Fondi monetari americani viene drasticamente ridotta.

Stando agli analisti, la seconda malattia è però ancora più grave. Anche perché non è affatto chiara la cura che potrebbe portare a una guarigione in tempi rapidi. A disegnare il quadro generale è sempre Noyer: «Negli ultimi settant'anni i mercati finanziari si sono mossi sulla base di un'ipotesi forte, sia pure implicita. Che il debito pubblico delle grandi economie sviluppate andasse considerato privo di rischio, che sarebbe cioè stato integralmente rimborsato. Questa certezza è scomparsa. In particolare per quanto riguarda l'Europa, i mercati ritengono che una crescita debole e tassi d'interessi alti nel lungo periodo comporteranno inevitabilmente una non-sostenibilità del debito dei Paesi periferici». In sostanza un default almeno parziale.

E qui l'analisi di Noyer e quella dei mercati differiscono totalmente, con il primo che palesemente non riesce a convincere i secondi. Se infatti il governatore, di fatto portavoce del sistema, ritiene che l'ipotesi di un default di Paesi come l'Italia e la Spagna siano impensabili, i mercati ribattono che se forse questo è vero per Madrid, che si è mossa tempestivamente ed efficacemente, non lo è per Roma. «L'Italia – spiega l'analista di una grande banca d'affari – ha un doppio problema, politico ed economico-finanziario. All'instabilità politica si sommano una crescita drammaticamente debole, anche in prospettiva, e un riordino del settore bancario non ancora concluso».

Noyer aggiunge che l'esposizione delle banche francesi nei confronti dei Paesi periferici è di circa 60 miliardi, 47 dei quali a carico dei tre gruppi più grandi. Una cifra che il livello di capitalizzazione degli istituti consente di gestire senza grosse difficoltà, anche nella peggiore delle ipotesi. I mercati ribattono che non bisogna prendere in considerazione solo il debito sovrano ma l'intero ammontare del debito pubblico e privato. E qui la musica cambia, visto che l'esposizione complessiva delle banche francesi è di 306 miliardi, 210 dei quali sull'Italia.

Alcuni banchieri francesi parlano di «guerra economica» scatenata dai colossi bancari anglosassoni per indebolire i concorrenti parigini e sottrarre loro quote di mercato nei ricchi comparti dei prodotti strutturati. Può darsi. A pensare male magari si fa peccato ma di rado si sbaglia. Certo è che di tutte le banche dell'eurozona, le francesi sono le più esposte sui Paesi periferici e questo le rende oggettivamente più fragili. O l'Europa saprà quindi spegnere definitivamente l'incendio greco oppure la ricapitalizzazione diventerà inevitabile. Un'operazione costosa e peraltro non necessariamente conclusiva.

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