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“Banche, fondazioni argine a invasione straniera”

MILANO — Quattro anni di crisi mettono le fondazioni spalle al muro. Giuseppe Guzzetti, presidente di Cariplo e dell’Acri, smetterete i ruoli di sostegno alle banche e ai territori?
«Premetto che su 88 enti ex bancari solo una ventina ha legami significativi con le conferitarie.
Molti ne hanno ceduto il 100%, altre, specie al Centro, hanno quote in Casse locali, senza problemi. Restano le grandi fondazioni, che da tempo hanno diversificato: a livello di sistema le partecipazioni bancarie pesano attorno al 40% dell’attivo. Certo risentiamo del calo dei dividendi, ma le erogazioni non si sono bloccate, anche grazie ai fondi di stabilizzazione. La vita continua, le azioni bancarie un giorno risaliranno. Cederle oggi per gli enti vorrebbe dire consolidare le perdite e sarebbe un disastro per la stabilità delle banche. Lei ha pensato a quali potrebbero essere i compratori?». Teme per l’italianità?
«L’italianità bancaria è argomento che segue la crisi, tuttavia è un problema reale. Non è indifferente che i centri decisionali dei gruppi stiano a Milano, Parigi o Francoforte. Riflettiamo su cosa fa Lactalis con Parmalat, o Krupp che a Terni intendeva portare via il reparto più avanzato, o Unicredit che non può portare in Italia i soldi raccolti in Germania. Non ha senso una polemica sulle fondazioni nelle banche senza guardarne in prospettiva l’azionariato. Anche perciò a breve-medio termine non vedo assolutamente l’eventualità di cedere quote bancarie ».
Vede quindi rischi di invasione straniera nel credito?
«Il rischio invasione c’è, assolutamente. Oggi gli stranieri non si fidano dell’Italia per la situazione politica, ma a questi prezzi, a sottomultipli del capitale, le banche sono appetibili; specie le grandi, che compensano aree in crisi con altre, e sono di sistema. Io quando vedo fondi stranieri che prendono quote importanti in banche italiane… C’è un bel dire che sono amichevoli, prendiamo atto e ci fa piacere. Ma nella cultura di questi fondi non c’è la nostra prospettiva di lungo periodo. Piuttosto il mordi e fuggi, fiutare l’affare, magari alleandosi con investitori istituzionali già molto presenti in Unicredit e Intesa Sanpaolo».
Poi viene Mps. Dove una fondazione, in sprezzo alla legge Ciampi, non ha realizzato l’equilibrio tra componente pubblica e privata nell’organo di indirizzo. E retto dal Pd locale ha approvato scelte che ne hanno azzerato il patrimonio, e inginocchiato la banca. Cosa accadrà se il piano di rilancio Mps non riesce?
«Quella che lei descrive è la situazione di fatto. Non aggiungo altro, se non che mi auguro che il piano abbia successo ».
Non solo il Pd senese dà scarse prove. Nella “sua” Lombardia il presidente Formigoni è indagato tra gli scandali, i leghisti in crisi di valori e seguito, il “sistema Sesto” imbarazza il centrosinistra.
Cosa prova?
«Sarebbe cattivo gusto parlare di un mio successore. Ai miei tempi in Regione c’erano pochi soldi, tutti vincolati, dominava il potere centrale. Si faceva una «legge X» e in breve usciva la «X bis», frattanto si doveva andare a Roma dal prefetto Gizzi, che ce la correggeva. È bene che le Regioni abbiamo acquisito autonomia e muovano risorse importanti. Anzi servirebbe l’ultimo passo verso lo Stato federale, con una Costituzione modificata per avere una Camera delle regioni, che vedrei assolutamente di buon occhio».
Un Guzzetti leghista?
«Un disegno costituzionale è valido per ciò che rappresenta per il paese, indipendentemente dagli uomini».
Perché l’Italia non si smarca dalla crisi, neppure con Monti al governo?
«Il governo Monti s’è sobbarcato l’impegno di evitare che precipitassimo irreparabilmente nel baratro, gliene va dato atto. Solo in minima parte la ripresa dello spread è dipesa dal governo. Personalmente, ritengo che fin quando in Italia non saranno risolti i tre problemi cruciali — pubblica amministrazione, corruzione, evasione fiscale — la crisi non finirà».
Cosa può fare la politica?
«Tra pochi mesi si vota. Dalla politica dovrebbero venire segnali molto forti, anche sulla legge elettorale: la sensazione è che si continuino a valutare soluzioni convenienti per i singoli partiti, senza rendersi conto che alle urne si rischia un’ondata che spazzi tutti. Il presidente Napolitano sprona la classe politica, questa cincischia».
Moriremo rimpiangendo la Dc?
«Nella storia non c’è spazio per i rimpianti. Io, da democristiano, quando si pensava che la Seconda repubblica sarebbe stata molto meglio della prima — e siam qui a vedere — ho sempre creduto che lo sviluppo non potesse avvenire contro l’amministrazione politica. Anche oggi esprimere la volontà popolare tocca ai partiti: ma devono farlo con azioni di sacrificio ed educazione
del potenziale elettorato, se vogliono condurre il paese oltre la crisi».
I vertici delle fondazioni sono pieni di ultrasettantenni. Non è l’ora di un ricambio?
«Si sta esaurendo la prima fase, quella degli amministratori degli enti dalla nascita. Per effetto dell’art. 11 della finanziaria 2002, che limitò all’ordinaria amministrazione certe gestioni, alcuni tra noi possono fare un terzo mandato. In ogni caso entro il 2013 ben 33 presidenti non saranno rieleggibili; 70 al 2016. Inoltre, spesso gli amministratori sono validi 40enni. E molti di loro sono penalizzati dalla norma che limita a due mandati, che andrebbe collegata all’età. Credo poi che si potrebbe anche porre una soglia anagrafica, a 65 anni. Comunque, inizia una “fase B” di grande rinnovamento, anche perché poggia su strutture di giovani uomini e donne sempre più competenti
ed esperti».
Sarà ancora candidato presidente di Cariplo ad aprile 2013?
«Cariplo sta facendo cose importanti, con riflessi di medio-lungo termine. Non conta necessariamente che io sia candidato al terzo mandato, ma che il vertice abbia la possibilità di portarle a compimento in modi e forme dovute».
Cariplo è snodo di potere. Nel ‘98 Berlusconi e Bossi tentarono di scalzarla in un voto finito 10 a 9, all’alba. Il rischio di scalata politica c’è ancora?
«Il potere in Cariplo è molto articolato, e in Commissione centrale di beneficenza quest’idea di autonomia è diventata una cosa viva e difesa dai consiglieri. Oggi non credo che rispondano a logiche di parte o a pressioni esterne, dai nomi citati o da altri».
Quali enti dopo la crisi?
«La crisi riduce le erogazioni, mentre acuisce i bisogni, che nella globalità restano concreti e locali. Le erogazioni dovranno concentrarsi sul welfare, senza aspettare i soldi pubblici nella stessa misura che in passato. La risposta è il welfare di comunità, mobilitandoci con terzo settore e privati per sussidiare di più le comunità».

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