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Banche europee in pressing per lo sblocco dei dividendi

Il pressing delle banche, va detto, è forte. Ma in Bce, d’altra parte, non c’è alcuna intenzione di mollare gli ormeggi anzitempo: tutto insomma verrà valutato a dicembre, quando scadrà il veto. Di certo c’è che, passando dalla Francia alla Germania, fino alla Spagna, in Europa monta la protesta contro lo stop all’erogazione di dividendi bancari. Tanto che nella stessa Germania, ora, qualche istituto ha deciso a sorpresa di fare di testa propria, remunerando i propri soci a prescindere dalla moral suasion dei regolatori.

Il caso delle banche tedesche

La vicenda riguarda al momento tre delle principali banche cooperative tedesche, che seppure in modi diversi hanno deciso di muoversi in autonomia. E di staccare il dividendo perchè ritengono di aver la solidità sufficiente per farlo. La più nota è la Berliner Volksbank, la più grande Volksbank tedesca, che ha annunciato la distribuzione dei dividendi entro il 2020. Ancora più avanti la maggiore delle Sparda bank (banche specializzate nel private), quella del Baden-Württemberg, che ha già portato il tema in Consiglio ed è pronta a convocare l’assemblea dei soci. Cosa che ha già fatto UmweltBank, che ha già messo in agenda per il 5 novembre l’assemblea (virtuale) che approverà lo stacco di un dividendo di 33 cent ad azione.

Sono le inattese fughe in avanti di un settore che sembra muoversi a macchia di leopardo. E che, così facendo, rischia di generare un’asimmetria significativa tra i diversi mercati nazionali, con tutte le conseguenze del caso. All’origine c’è un problema di disallineamento tra le autorità regolamentari. Le banche cooperative tedesche rientrano in qualità di less significant sotto la Vigilanza della Bafin, che sul tema del veto alla distribuzione dei dividendi ha adottato un approccio pragmatico e piuttosto elastico. Diversa l’impostazione di Bankitalia, invece, che da subito si è allineata rigorosamente agli input della Bce, frenando all’origine qualsiasi spinta autonomista. Francoforte – al pari della Fed, che ha appena prorogato il divieto fino a fine anno – è stata del resto chiara sin dall’annuncio datato marzo scorso: i dividendi non vanno distribuiti perché servono a preservare il capitale e a garantire il flusso dei crediti nel contesto pandemico.

I malumori in Europa

Difficile però, con il passare dei mesi, tenere a bada i malumori degli istituti, sempre più preoccupati che con il blocco ai dividendi gli investitori scelgano di disinvestire dai loro titoli. In Europa solamente per i primi dieci gruppi bancari la posta in gioco è pari a 20 miliardi circa. Gli ultimi grandi gruppi a lanciare un grido d’allarme in questo senso sono stati nei giorni scorsi Société Générale e Banco Santander. Il gruppo francese, per voce del suo presidente Lorenzo Bini Smaghi, non ha usato mezzi termini. E nel corso di una conferenza virtuale organizzata nei giorni scorsi dalla stessa Bce, ha denunciato il rischio che il comparto possa diventare alla lunga «non investibile» alla luce di questo blocco. Non solo. Bini Smaghi ha anche messo in luce un paradosso, secondo cui se il pagamento dei dividendi è correlato ai livelli di capitale «allora l’incentivo per le banche è di avere più capitale e di prestare meno denaro per supportare l’economia».

Parole, quelle di Bini Smaghi – che peraltro è stato membro del board Bce – a cui hanno fatto eco quelle di Ana Botìn, altro nome di grido del firmamento dei banchieri europei. Nell’ambito dello stesso evento, la numero uno di Santander ha infatti detto che la Bce dovrebbe riconsiderare il suo provvedimento. Ma l’elenco delle lamentele è lungo. Nelle scorse settimane, si è mossa ad esempio l’Associazione bancaria spagnola che, per tramite del suo presidente José María Roldán, ha chiesto alla Bce di essere «più selettiva» nella scelta delle banche a cui impedire lo stacco di dividendi e di stoppare una misura che «punisce tutti indistintamente».

E così mentre alcuni giganti europei, come la francese Bnp Paribas o la tedesca Deutsche fanno pressioni sulle autorità di vigilanza per revocare il veto, a quanto dicono i rumors, le italiane – Intesa Sanpaolo e UniCredit in testa – si attengono alle indicazioni Bce. «Sarebbe stato inappropriato (distribuire i dividendi, ndr) in un momento di grande incertezza mentre i governi stavano fornendo garanzie per miliardi», ha detto ieri il ceo di UniCredit Jean Pierre Mustier, che da parte sua ha segnalato come gli investitori vogliano «avere più visibilità sui principi che vorrà applicare la Bce».

La Bce: valutazioni in corso

In tutto questo Bce valuta il da farsi. Ogni decisione è ancora da scrivere. Se ne parlerà a dicembre, quando scadrà la raccomandazione emessa a marzo, e poi prorogata a luglio. Nonostante filtrino indicazioni di decisioni già prese per una possibile rimozione della raccomandazione, in verità, a quanto risulta, nulla è deciso: tutto dipenderà dall’andamento macroeconomico e dalle attese sui crediti. Qualora venisse adottato, il ritiro della raccomandazione aprirebbe poi a una valutazione caso per caso da parte dell’Authority. L’equilibrio da trovare non è semplice, anche perché la misura è stata varata nella fase emergenziale dello scoppio della pandemia, con lo scopo (nobile) di evitare che le banche perdessero risorse a scapito del credito, peraltro in un momento di generale allentamento delle regole prudenziali. Di certo per decidere serve «un quadro più chiaro sulla traiettoria della qualità degli attivi», ha detto ieri il numero uno della Vigilanza Bce, Andrea Enria, confermando che il contesto sarà più chiaro a fine anno.

Ciò che invece è chiaro già da ora è che la Bce non ha alcuna intenzione di favorire alcun allentamento delle regole prudenziali sui crediti, come auspicato invece da alcuni osservatori, anche in Italia. «Quando sento che alcune persone stanno usando la pandemia per mettere in dubbio la tempistica di attuazione dei prossimi standard sulla definizione di default o per proporre di rivedere il quadro legislativo sulla copertura degli npl – ha detto ieri Enria – sono propenso a pensare che troppe delle lezioni delle crisi precedenti possano purtroppo non sono state apprese». Enria ha anche aggiunto che ormai è tempo che «le banche si preparino all’impatto che probabilmente si concretizzerà con la revoca delle moratorie a livello di sistema».

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