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Banche europee, in pancia alle «big» 186 miliardi di BTp

di Antonella Olivieri

Too big to fail, eccole le banche troppo grandi per fallire in Europa. Grandi, ma non tanto da essere in grado di coprire tutti i rischi che ormai non possono più essere relegati alla sola attività di intermediazione creditizia. Persino i titoli di Stato – fino a poco tempo fa sinonimo di «risk free» – oggi sono fonte di preoccupazione. Le 20 banche analizzate da R&S-Mediobanca – le 18 maggiori banche continentali per totale dell'attivo e le due maggiori banche italiane – al 30 giugno scorso avevano in pancia titoli di Stato dei Paesi "periferici" – Grecia, Portogallo, Irlanda, Spagna, Italia – per 340,8 miliardi, pari a un terzo del valore complessivo dei loro patrimoni di vigilanza.

Atene costa già 8,4 miliardi

Alla stessa data i titoli della Repubblica ellenica erano contabilizzati dalle 20 banche in esame per 18,2 miliardi: sono già costati 4,5 miliardi di svalutazione nel primo semestre di quest'anno e altri 3,9 miliardi per le 12 banche del gruppo che sono già uscite con le trimestrali al 30 settembre. Ma il conto è destinato a lievitare perché gli "haircut" – i tagli operati al valore dei titoli in portafoglio – sono ancora da omologare: si va dal 52% di Commerzbank al 63% di Rbs, che è stata più drastica. Da segnalare che Bnp ha provveduto a riclassificare i titoli della Grecia, insieme con quelli di Portogallo e Irlanda, passandoli dal portafoglio disponibile per la vendita ai crediti, manovra consentita dall'emendamento al principio contabile Ias 39 che di fatto ha permesso di «congelare» 7,5 miliardi di valore.

L'esposizione all'Italia

Per le banche del campione, con 186 miliardi complessivi il rischio Italia è il più alto tra quelli di tutti i Piigs, seguito dal rischio Spagna (117,6 miliardi). Ovvio che dal confronto analitico emerga la maggior esposizione delle banche italiane ai titoli della Repubblica: sul totale di 186 miliardi detenuti dai venti istituti, infatti, 103,13 sono nel portafoglio delle due big tricolore. La contabilizzazione non è però omogenea: Intesa evidenzia in bilancio un'esposizione complessiva di quasi 65 miliardi, comprensiva dei titoli detenuti nella parte assicurativa e al lordo di cds e short selling; UniCredit denuncia invece un'esposizione netta di 38,6 miliardi.

Subito dopo, viene Bnp Paribas che, avendo rilevato il controllo della Bnl, l'ex banca del Tesoro, è esposta per 22,74 miliardi. Anche Dexia, la banca franco-belga salvata dai Governi che in Italia controlla il Crediop, al 30 giugno aveva un discreto pacchetto di BTp: 13,4 miliardi. Tra le banche più esposte ci sono poi Commerzbank (8,7 miliardi) e Barclays (6 miliardi).

Particolare il caso di Deutsche Bank che a giugno registrava un'esposizone pari a poco meno di un miliardo, ma aveva sui BTp una posizione di trading negativa per 2,9 miliardi, «per effetto – spiega R&S – del prevalere delle vendite allo scoperto». La prima banca tedesca avrebbe di fatto scommesso contro la tenuta dei titoli di Stato italiani: considerando i 719 milioni di titoli disponibili per la vendita, i 641 milioni di finanziamenti diretti concessi allo Stato italiano e i 2,6 miliardi di cds sul debito sovrano, l'esposizione a metà 2011 risulta positiva per 996 milioni. Esposizione che, al 30 settembre, era salita a 2,3 miliardi (ma mancano i dettagli per analizzarne l'evoluzione).

La finanza

I rischi derivanti dalla finanza, poco considerati dai ratio di vigilanza classici ma emersi con drammaticità nel dopo-Lehman, si sono ridotti ma non sono ancora stati eliminati dai bilanci delle banche. Per esempio i derivati attivi valgono ancora il 38,5% del totale dell'attivo del Credit Suisse, circa il 30% per la connazionale Ubs e per la Deutsche Bank. Nonostante sia passata di fatto attraverso una nazionalizzazione, ancora alto il livello dei prodotti derivati anche per Royal bank of Scotland (27,3% dell'attivo). Le italiane – 5,5% Intesa, 7,7% UniCredit – sono tra le meno esposte su questo fronte. In assoluto le più conservative sono però l'olandese Ing (4,1%) e la britannica Lloyds (4,6%). Tranquille anche le due banche spagnole che in media hanno solo il 6,2% degli attivi espressi da derivati.

Stesso discorso per i cosiddetti titoli "tossici", gli attivi di livello 3 che, essendo illiquidi, non hanno un valore di riferimento "certo" sul mercato. Intesa ne ha in portafoglio per un ammontare pari a solo il 6% del patrimonio di vigilanza, UniCredit al 17%. Niente a confronto con Dexia, che non a caso ha avuto i suoi problemi, che a giugno aveva titoli tossici in portafoglio per due volte e mezzo il suo portafoglio di vigilanza. Abbondamentemente sopra la media – che per le venti big continentali è del 31,2% (del patrimonio di vigilanza) – anche il Credit Suisse col 93,4%, Deutsche Bank col 91,1%, Ubs col 51,8% e Barclays col 49%.

La leva

L'indicatore di rischio più "affidabile" a questo punto diventa la leva. Nella tabella pubblicata a fianco è misurata dal rapporto tra il totale dell'attivo tangibile e il patrimonio netto tangibile. Più è alta, più l'attività della banca è rischiosa. Anche questo parametro conferma l'approccio più prudente delle italiane, entrambe con una leva inferiore alla media del campione: 21,4 Intesa, 24,4 UniCredit rispetto alla media di 29,6. Al top, ancora una volta, Dexia con una leva di 58,7 volte, seguita da Deutsche Bank (53,6), Ing (51), Crédit Agricole (49,8) e Credit Suisse (43,3).

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