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«Banche europee, grandi fusioni o rischio sindrome giapponese»

«Nell’ultimo anno l’esigenza di un processo di aggregazioni cross-border nel settore bancario europeo non si è ridotta. Anzi, è aumentata perché la redditività è sempre più condizionata negativamente dal rallentamento dell’economia e dallo scenario di tassi di interesse vicini allo zero per un lungo periodo: c’è il rischio, in prospettiva, che le banche europee diventino vittime di una “sindrome giapponese”. Abdicando a giocare un ruolo di rilievo nel capital market e nell’asset management, ormai dominati dai grandi gruppi Usa». Lorenzo Bini Smaghi è presidente della banca francese Société Générale ed ha anche la visione del banchiere centrale, essendo stato in precedenza nel consiglio direttivo della Bce. Europeista convinto, si mostra preoccupato per il crescente divario tra banche europee e americane, accentuato dalle resistenze “nazionaliste” che un po’ ovunque nel Vecchio Continente impediscono la creazione di campioni paneuropei nel mondo bancario. Resistenze che un anno fa contribuirono a frenare l’ipotesi, almeno temporaneamente accantonata, di fusione tra UniCredit e Société Générale. «Non commento vecchi e nuovi rumor di mercato», ribadisce anche oggi il presidente di SocGen.

Un anno fa, proprio in un’intervista a IlSole24Ore, aveva evidenziato la necessità di alleanze europee tra le grandi banche. Da allora niente si è mosso, a parte il tentativo di arrocco tedesco (per ora fallito) di fusione tra Deutsche Bank e Commerzbank.

Le discrezionalità nazionali sulla regolamentazione bancaria in tema di capitale e soprattutto di liquidità sono un ostacolo alle fusioni cross border. E spesso le discrezionalità regolamentari riflettono posizioni politiche dei Governi nazionali. Si sta sprecando tempo prezioso perché, senza la crescita dimensionale delle banche europee, la sfida con i colossi del credito Usa sarà persa.

La Bce spinge per le fusioni ma sul mercato restano dubbi sulle reali sinergie di aggregazioni cross border. Che ne pensa?

Le banche europee hanno un evidente problema di redditività del capitale. In uno scenario di tassi a zero e di economia che rallenta, e in presenza di vincoli regolamentari e politici alla crescita dimensionale, l’unica leva per aumentare la redditività è il taglio dei costi che inevitabilmente porta alla riduzione del perimetro delle attività. Così però si va verso banche sempre più piccole e più fragili, creando un circuito perverso che è dannoso per l’economia reale.

La redditività sul capitale è bassa anche perché il nuovo regolatore europeo ha insistito troppo nel far crescere il capitale?

Le richieste di rafforzamento patrimoniale del regolatore hanno irrobustito il sistema. Ma è anche vero che continuare a mantenere eccessiva enfasi sul capitale, crea timori sul mercato. Anche perché nel frattempo negli Usa si va piuttosto nella direzione di una deregulation. Teniamo conto che le banche europee stanno pagando 7,5 miliardi all’anno di contributi al fondo di risoluzione europeo e altri 7,5 miliardi per effetto dei tassi di interesse negativi. In tutto fanno 15 miliardi di oneri che le banche Usa non hanno.

Perché è così importante il fattore dimensionale nella sfida con le banche Usa?

In alcuni settori di attività finanziaria la dimensione è fondamentale per essere competitivi. Penso alle attività di banca depositaria, all’asset management o al capital market. Settori che dovrebbero essere considerati strategici dall’Europa, ma che sono dominati a livello globale dalle grandi banche Usa. Basta vedere chi sono i primary dealers sul mercato dei titoli di Stato.

E le grandi banche cinesi?

Per ora mi sembra che in Europa siano interessati soprattutto a entrare nel business dei pagamenti e data-intensive più che nell’attività bancaria tradizionale.

In attesa che in Europa si creino le condizioni per le fusioni cross-border, che prospettive vede per il sistema?

Il fattore dimensionale vale anche per le banche di media taglia, che non hanno altra scelta che quella di aggregarsi a livello nazionale. Le grandi banche credo che diversificheranno sempre più le proprie attività in altri servizi limitrofi a quello finanziario. E investiranno fuori dall’area euro, nei Paesi dove si trovano tassi di interesse e di crescita economica più elevati.

Alessandro Graziani

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