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Banche europee al tappeto in Borsa

I risultati in forte calo di Commerzbank e Ubs lanciano l’allarme: i tassi a zero stanno erodendo i ricavi
Eguagliare quest’anno i profitti del 2015 sarà «un’impresa». È laconico il comunicato con cui la tedesca Commerzbank ha annunciato ieri il crollo degli utili trimestrali (più che dimezzati a 163 milioni) e soprattutto i problemi futuri sulla redditività. Associato al calo degli utili del primo trimestre rivelato ieri anche dalla svizzera Ubs (-64% a 707 milioni di franchi), il messaggio che arriva dall’Europa è chiaro: i tassi d’interesse ormai a zero, l’economia in peggioramento e la volatilità dei mercati stanno erodendo come tarli implacabili gli utili delle banche. Morale: ora gli istituti di credito si trovano con una redditività sempre più bassa, con costi sempre troppo elevati, con richieste regolamentari sempre più esigenti e con i vecchi problemi specifici che – in questo contesto precario – diventano sempre più insostenibili.
Così ieri i “magri” risultati trimestrali di Commerzbank e Ubs sono diventati il pretesto per l’ennesima ondata di vendite sulle banche in tutte le Borse: l’indice settoriale europeo ha chiuso in calo del 3,68%, con ribassi che sono arrivati al 9,55% per Commerzbank, al 7,5% per Ubs, al 6,27% per Deutsche Bank, al 4,68% di UniCredit, al 4,84% per il Banco Santander. Nello stesso tempo sono saliti i «Cds»: è in sostanza aumentato il prezzo che bisogna pagare per assicurarsi contro il rischio di default delle banche. Il Cds di Deutsche Bank, per esempio, è rincarato ieri di una decina di punti a 170 centesimi. Dalla Germania, all’Italia fino alla Spagna: il ribasso degli istituti creditizi in Borsa è stato corale, perché i problemi sono comuni. E perché ai nodi che riguardano tutti, si sommano quelli specifici di ogni Paese: i crediti in sofferenza in Italia, Portogallo o Irlanda; i titoli tossici o i contenziosi legali in Germania o nel Nord Europa. Paese che vai, problema che trovi.
Il «tarlo» dei tassi a zero
Il primo nodo delle banche, in realtà, è comune a tutte: il calo dei ricavi derivante dall’attività tradizionale di erogazione creditizia. Dato che gli interessi sono una delle principali fonti di guadagno degli istituti creditizi, da quando la Bce ha tagliato i tassi a zero il margine di guadagno delle banche si è assottigliato. I dati di S&P Capital IQ lo dimostrano: i ricavi derivanti dai finanziamenti (cioè la componente del margine d’interesse relativa alla sola attività creditizia) nelle prime 20 banche europee sono diminuiti dai 709 miliardi del 2007, ai 527 del 2011, ai 433 del 2015.
Questi ricavi sono stati in gran parte compensati da altre fonti nelle varie banche, come i titoli di Stato o le commissioni o l’attività di investment banking. Ma in futuro mantenere la redditività sarà dura. Già ora in Borsa si guardano con crescente sospetto le prospettive di utili derivanti dal risparmio gestito: con i tassi a zero e le Borse volatili, la voglia di investire nei tradizionali mercati diminuisce. E, in prospettiva, forse anche questa fonte di guadagno per le banche. L’intera industria deve dunque ristrutturarsi. Ma, nel frattempo, questa pressione sui ricavi va ad esasperare i problemi specifici di ogni Paese.
Le sofferenze italiane
In Italia il nodo che angustia gli investitori è quello dei crediti deteriorati. Secondo i dati dell’Eba, nel 2015 nelle banche italiane risultavano andati a male crediti pari al 16,7% del totale: su 100 euro di finanziamenti, insomma, 16,7 erano ormai in vario modo inesigibili. Cifra enorme, se confrontata con il 3,4% della Germania, con il 4,3% della Francia, con il 4,3% del Belgio, con l’1,7% della Finlandia e persino con il 7,1% della Spagna. Solo il Portogallo (16,3%) e l’Irlanda (21,5%) hanno un problema di crediti in sofferenza paragonabile al nostro. Da noi è per di più esasperato dalla lunghezza delle procedure di recupero, che rende questa zavorra ancora più insostenibile.
In Borsa questi numeri fanno sempre più paura. Perché tutte le iniziative partorite dal Governo per aiutare le banche a ridimensionare questo problema danno l’impressione di avere poca sostanza oltre l’annuncio. Il fondo Atlante (quello che ha ricapitalizzato la Popolare di Vicenza ma che dovrà anche comprare crediti deteriorati) ha una dotazione esigua: ieri Mediobanca Securities ha calcolato che – al massimo – il fondo potrà smobilizzare dalle banche 21 miliardi di crediti lordi, cioè 8 miliardi netti. Insomma: nulla che possa cambiare davvero la storia. Anche l’ultima riforma del diritto fallimentare ha deluso i mercati: le norme del decreto saranno infatti valide per il futuro e non per lo stock di crediti in sofferenza già esistente. Morale: la delusione in Borsa è elevata.
Banche del Nord in affanno
In Germania e in altri Paesi nordici la situazione è diversa, ma non migliore. Per le banche poco esposte sull’economia reale, uno dei problemi sempre più rilevanti è quello dei contenziosi legali. Dallo scandalo del Libor alla manipolazione dei prodotti: multe e sanzioni pesano sempre più nei bilanci degli istituti nordici. A partire dalla tedesca Deutsche Bank: buona parte della perdita record da 6,8 miliardi registrata alla fine del 2015 è infatti da imputare agli accantonamenti resi necessari dalle cause legali che l’istituto si trova ad affrontare.
Ma gli operatori di Borsa guardano con apprensione, negli istituti nordici, soprattutto la qualità dei titoli in bilancio. Deutsche Bank (secondo le stime di R&S Mediobanca aggiornate a fine 2014) ha titoli invalutabili (quelli che una volta venivano definiti «tossici») per un importo pari al 53,7% del patrimonio netto tangibile. Credit Suisse arriva al 79,3%, Barclays all’82,8%. La Borsa è inoltre tesa sul tema dei derivati, sempre abbondanti nelle banche nordiche. E anche sul tema della leva finanziaria: quel meccanismo che moltiplica gli utili, ma anche le perdite.
La speculazione di Borsa
Ovvio che in un contesto così fragile, nonostante i rafforzamenti patrimoniali che tutte le banche hanno fatto, la Borsa sia volatile. In un anno come questo in cui la strada dei mercati finanziari sembra lastricata di pericoli (dalla Cina a Brexit, dagli emergenti al petrolio), la speculazione ribassita sulle banche è particolarmente forte. «Tutti gli investitori, chi per paura e chi per seguire il trend, sono strutturalmente sottopesati sul settore bancario», spiega un operatore di lungo corso. Perché questo è il trend. E nessuno vuole andare contro il trend. Così, tra problemi europei e specifici nazionali, tra speculazione ribassista e cautela in Borsa, le banche continuano a crollare.

Morya Longo

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