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Banche estere, il risparmio italiano risveglia gli appetiti

di Stefano Righi

Sono arrivate anche la Industrial and commercial bank of China e la Bank of the Philippines Islands . Quattro sportelli a testa, mission diverse, ma idee chiare: l’Italia calza perfettamente per il loro business . La Penisola, ancora una volta, è terra di conquista? Difficile credere a questa ipotesi, in un mercato dominato dai 6 mila sportelli di Intesa, dai 5 mila di Unicredit e dai 3 mila del Monte dei Paschi di Siena. Per non dire della fitta rete delle popolari, delle Bcc. Le banche italiane, in Italia non mancano. Di sportelli ce ne sono fin troppi, come le imprese (4 milioni). Ma la presenza degli istituti di credito stranieri non è occasionale. Un quarto di secolo Sono più di 25 anni che dall’estero vengono a offrire credito in Italia. E dallo sbarco del Crédit Commercial de France negli anni Venti il mondo è cambiato una decina di volte. «In questi anni il ruolo delle banche estere per la crescita, il consolidamento e lo sviluppo del sistema creditizio italiano è stato più che fondamentale, fondamentalissimo se si potesse dire… — sottolinea Guido Rosa, presidente dell’Aibe, l’associazione di categoria —. Una presenza che in una prima fase ha avuto un forte incremento numerico, ma che negli ultimi anni ha saputo giocare un ruolo importante sotto l’aspetto qualitativo. La presenza nel retail e nell’ investment banking di player importanti a livello mondiale ha accompagnato la crescita degli istituti italiani, fungendo da stimolo e in qualche caso da apripista» . Il nodo del fondo Non sono state però Vacanze romane , quelle degli istituti esteri nella Penisola. Soprattutto oggi. «Da sempre — spiega Rosa — il banchiere straniero vive con disagio e insofferenza la quantità di micidiali trabocchetti che il sistema tende a creare sotto forma di regolamentazione, di normativa fiscale e di comportamenti. L’ultima è la vicenda del fondo di dotazione: un capitale necessario per operare, non richiesto, secondo la Ue, alle banche comunitarie. Una vicenda che ha risvolti fiscali rilevanti. Sono almeno due anni che chiediamo venga fatta chiarezza sul fondo di dotazione, alla luce della posizione della Vigilanza della Banca d’Italia e delle norme Ocse. Serve uniformità di approccio e chiarezza, mentre ancora nessun regolamento è stato emesso in proposito. Non è così che si può aumentare il gettito fiscale, così si rischia solo di vedere allocare degli asset in Paesi che garantiscono una redditività netta superiore . E questo in una prospettiva di maggiore selezione dei mercati ci pone in difficoltà. Quello che chiedono le banche estere non è la luna: vogliono fare business con chiarezza e profitto» . Alle legittime richieste della categoria (che sostanzialmente chiede l’applicazione del principio del level playing field, il campo di gioco livellato per tutti i concorrenti), si contrappone il business quotidiano di Bnp-Paribas con Bnl, del Crédit Agricole con Cariparma e Friuladria, oltre alla presenza diretta di Deutsche Bank, Ing Direct, Barclays. Solo per rimanere alle più note e attive, specie nel retail . Cappello francese Bnl, la Banca nazionale del Lavoro, è stata per decenni la banca del Tesoro. Il braccio operativo del ministero in tutti i maggiori centri italiani. La privatizzazione del 1998 aprì le porte all’arrivo degli spagnoli del Bbva e poi ci fu la stagione dei patti e dei contropatti. Era il 2004 e la banca visse uno dei momenti di maggiore confusione della sua storia. Fino a quando, dopo l’intervento della magistratura, il 3 febbraio 2006, cinque anni fa, prese corpo l’offerta di Bnp Paribas: un’opa in piena regola e Bnl diventò francese. La colonizzazione apparve scontata con l’arrivo dell’amministratore delegato Jean-Laurent Bonnafé. Invece, la ricetta era altra: integrare Bnl nel gruppo e poi lasciarla in mani italiane, al presidente Luigi Abete e all’amministratore delegato Fabio Gallia. «Bnp Paribas — dice Gallia — considera l’Italia un mercato strategico, lo testimonia la recente acquisizione di Findomestic. Grazie a questa operazione, Bnp Paribas è diventato il quarto gruppo bancario per ricavi in Italia…» . Più datata è la presenza del Crédit Agricole, socio di lungo corso di Intesa Sanpaolo. L’uscita dal capitale di Cà de Sass è coincisa con l’entrata in Cariparma e Friuladria: 902 sportelli in alcune delle zone più ricche della Penisola e conto economico capace di sorridere anche durante la crisi. «La nostra esperienza — dice Giampiero Maioli, amministratore delegato della banca del gruppo francese in Italia — è positiva anche in un anno difficile come il 2010, che si è chiuso bene. Il 3 gennaio abbiamo firmato l’operazione Carispezia e ora, entro primavera, definiremo l’acquisizione di 96 sportelli da Intesa. Soprattutto ci aspettiamo un cambio di passo da marzo. In coincidenza del piano industriale della capogruppo presenteremo il nostro: ci saranno molte novità, nell’approccio al servizio e nel contributo di know-how e di automazione dei servizi» . Dal Nord Europa Ing Direct, con il suo Conto Arancio, sbarcò in Italia nell’aprile di dieci anni fa. Da allora ha creato il mutuo e il conto corrente senza mai aprire uno sportello. Una scossa al sistema, visto che oggi in Italia conta 1,2 milioni di clienti e ha un volume di attività di 23 miliardi, una nuova strada poi percorsa anche da Che Banca!. «Questo — dice Alfonso Zapata, ceo di Ing Direct Italia — è un Paese molto interessante. C’è una forte cultura del risparmio nel settore privato con 3.600 miliardi di euro di attività finanziarie in possesso delle famiglie e un solo euro di debito privato ogni 4 euro di risparmio…» . Una strategia chiara, come quella di Barclays, in Italia dal 2006. Oggi gli inglesi hanno 205 filiali, 170 negozi finanziari, 1.450 dipendenti. Settori appaltati Ci sono poi interi settori bancari appaltati a banche estere, come il credito al consumo. Da Agos Ducato (Crédit Agricole) a Findomestic (Bnl-Bnp Paribas), da Fiditalia (Sg) a Prestitempo (Deutsche Bank) fino al Santander, tutti i principali player del mercato sono sotto il diretto controllo straniero. Un’integrazione dunque radicata nel territorio. Al punto che viene spontaneo chiedersi se, presente l’euro e la globalizzazione, abbia ancora senso considerare «estera» una banca che ha la sede principale a Parigi, a Francoforte, o Amsterdam. La risposta (non d’ufficio) arriva ancora da Rosa: «In teoria no. In pratica ci siamo resi conto che il nostro ruolo c’è. Perché a fronte di norme generali di Bruxelles ci sono applicazioni locali diverse. Il quadro normativo è molto lontano dalla realtà, che presenta ovunque, non solo in Italia, peculiarità da affrontare» . E da tradurre in inglese, francese, tedesco.

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