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Banche estere, fiducia a tempo

La fiducia delle banche straniere sull’Italia resta, ma è a tempo. Come una specie di «linea di credito» a brevissimo termine, per usare il paragone, del tutto pertinente visto che si parla di banche, del presidente dell’Aibe, Guido Rosa.
Oggi a Milano, a Palazzo Mezzanotte, l’Associazione fra le banche estere in Italia presenta il suo tradizionale rapporto annuale e dai dati – che Il Sole 24 Ore è in grado di anticipare – emergono due tendenze in atto, che solo in parte sembrano contraddirsi: la scelta di non interrompere il sostegno al Paese, ma anche quella di rivedere nella sostanza la propria presenza, limitandola là dove i rischi sono considerati più alti. Morale: «Finora le banche estere si sono “fidate” della messa in sicurezza dei conti pubblici, e delle garanzie offerte dalla Banca centrale europea – osserva Rosa –. Ma ora sono in attesa che l’Italia faccia le riforme promesse, in fretta. Perché sanno bene che in assenza di una revisione completa delle regole del gioco, a partire dall’alleggerimento della burocrazia, il Paese è destinato a implodere».
Ecco dunque la fotografia di un sistema, articolato in 102 soggetti tra banche estere e filiazioni, impegnato anzitutto a difendere le posizioni acquisite in passato. A partire dall’avamposto per eccellenza, quello delle filiali retail: a fine 2012 gli sportelli battenti bandiera non italiana presenti nel paese erano 2.300, qualche unità in più rispetto al 2011, e qui c’è un primo dato in controtendenza rispetto al sistema, se si considera che in dodici mesi ha perso 726 unità su un totale di 33.607. Guardando, più in generale alla quota sugli attivi, le banche estere oggi valgono il 16,1% del sistema bancario italiano, l’1,4% in meno di un anno prima. Un passo indietro, dunque, frutto però di scelte differenti su fronti diversi: così, se si guarda agli impieghi, il flusso segna una riduzione del 2,2%, più elevato della media dello 0,2%; tuttavia, qui si registra un incremento di quasi sette punti degli impieghi a favore di famiglie (dove la quota di mercato si attesta al 22%) e banche (26%), mentre il segmento corporate segna una contrazione del 3,6% e una quota di mercato che scende sotto il 12 per cento.
Per quanto riguarda il debito pubblico, nel 2012 lo stock medio dei titoli detenuto da soggetti non residenti è risultato pari al 40% (720 miliardi di euro), in calo dal 45% di un anno fa. Tuttavia, a metà 2012 qualcosa è cambiato, se è vero, come sottolinea l’Aibe, che l’esposizione complessiva del settore pubblico italiano è cresciuta di 6 miliardi di dollari: a un calo di 11,2 miliardi nel primo semestre, ha fatto seguito un incremento di 17,2 miliardi tra giugno e dicembre dell’anno scorso. «Questo trend ha probabilmente riflesso le mutate strategie dei principali operatori bancari internazionali nei confronti del debito pubblico italiano, passate da esigenze di disinvestimento per contenere l’esposizione al rischio sovrano alla valutazione delle opportunità di investimento», notano dall’Aibe.
Resta alto, tra gli operatori stranieri, il contributo nelle emissioni di prestiti sindacati (nel 2012 il controvalore delle emissioni da parte di emittenti italiani è stato pari a 29,3 miliardi di euro in 69 operazioni, una dimensione analoga a quella del 2011), mentre si abbassa pesantemente la presenza nelle iniziative di private equity e venture capital: nel 2012 i soggetti esteri hanno espresso il 35% della raccolta (circa 680 milioni di euro), quasi la metà rispetto al 57% catalizzato nel 2011. Un indicatore, l’ennesimo, del fatto che «prevalgono ancora indicazioni estremamente prudenti: il contesto macroeconomico e le incertezze sul nostro Paese continuano a pesare in modo significativo sulle scelte d’investimento», conclude Rosa. «Un motivo in più per cambiare in fretta».

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