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Banche elvetiche pronte al «rimpatrio giuridico»

Adesso è finita. Lo scambio automatico di informazioni sui conti correnti impedirà a chiunque di portare denaro «in nero» in Svizzera, o in altre nazioni considerate paradisi fiscali, con la speranza di non essere individuato dall’agenzia delle Entrate. E dato che, con le nuove normative, il rischio concreto per chi fa il furbo è quello del reato, quindi con la possibilità di finire in galera, l’adesione alla voluntary disclosure è l’ultima possibilità offerta ai piccoli e grandi evasori italiani.
Ma le banche del Canton Ticino come l’hanno presa? Tutto sommato bene, non solo perché l’uscita dalla black list (e questo vale anche per le imprese elvetiche) consentirà di operare più tranquillamente sui mercati globali, ma anche perché i rischi per chi si macchia del reato di riciclaggio adesso non sono pochi, neanche nella Confederazione. Inoltre gli istituti bancari svizzeri sono convinti di poter sopperire al rischio della disintermediazione di capitali stranieri – che nel caso degli scudi fiscali degli ultimi anni è stata di circa il 20-30%, secondo stime di mercato – grazie al valore del franco come moneta rifugio e alla loro professionalità di operatori su tutte le piazze finanziarie del mondo.
«Già negli ultimi anni, quando ci sono stati gli “scudi fiscali” – spiega Franco Citterio, direttore dell’Associazione bancaria ticinese – molti italiani hanno regolarizzato la loro posizione rispetto alle leggi nazionali, lasciando però qui in gestione i loro capitali. Pensiamo che ora possa accadere lo stesso, anche perché l’instabilità internazionale rende la nostra moneta un bene rifugio contro i rischi globali».
D’altra parte, dopo il cambiamento globale di atteggiamento verso i paradisi fiscali, anche per la Svizzera il passo della trasparenza – peraltro già avviato da tempo – è inevitabile. «Noi raccomandiamo ai clienti di dichiarare le posizioni secondo la legge italiana – continua Citterio – per evitare noie di qualsiasi tipo. Certamente, nel breve, anche solo per le sanzioni da pagare, le banche ticinesi perderanno qualche asset. Ma, a parte il fatto che la rivalutazione del franco è un vantaggio per chiunque voglia regolarizzarsi, restiamo comunque fiduciosi che la grossa parte della clientela continuerà ad avere fiducia nella nostra professionalità».
Anche Giovanni Pagani, gestore di una delle più antiche fiduciarie di Lugano (lo studio Pagani, con 50 anni di storia), consiglia alla sua clientela di aderire alla voluntary disclosure. «La convenienza di tenere soldi dichiarati in Svizzera – osserva – sta nel fatto che gestori e banche svizzere rappresentano pur sempre un settore solido, con 150-200 anni di tradizione». Certamente, aggiunge, «nel breve la piazza finanziaria di Lugano avrà ancora qualche contraccolpo in termini di minore occupazione e di possibili fusioni fra istituti per via del calo delle masse gestite, ma questa è una tendenza che conosciamo già da un po’ di anni per via degli scudi. Comunque il grosso dei capitali italiani amministrati è già stato dichiarato e d’ora in poi le banche svizzere, che non potranno più essere accusate di nascondere il denaro non dichiarato, potranno proporsi con tutta la loro professionalità. Non è cosa da poco, anche perché uno dei punti dell’intesa con lo Stato italiano riguarda la ricerca di soluzioni per l’accesso in Italia da parte di intermediari finanziari svizzeri. Al concretizzarsi di questa intesa, gestori e banche potranno proporre i loro servizi sul territorio italiano, con il deposito di capitali “puliti” in Svizzera».
Secondo Luca M. Venturi, consulente di comunicazione di banche e fiduciarie, l’impatto sulla piazza finanziaria ticinese sarà comunque pesante. «Le banche piccole probabilmente dovranno chiudere o riposizionarsi solo sulla clientela locale e inoltre resta da vedere il futuro orientamento delle banche luganesi ora di proprietà latino americana (come Bsi e Arner), dice Venturi. «Comunque l’indicazione generale è quella di aderire alla voluntary disclosure e lasciare gestire qui i capitali dichiarati. Anche perché chi ha smobilizzato le posizioni prima dell’approvazione della legge, trasferendo gli asset in altri paradisi fiscali, rischia di trovarsi il capitale congelato, senza poterlo prelevare, e di essere individuato dal fisco nei prossimi anni».
«Le banche sono preoccupate – conclude un operatore di Lugano che vuole restare anonimo – però qui non arrivano capitali italiani freschi da almeno dieci anni, quando il flusso si è fermato probabilmente per la crisi e l’impoverimento progressivo dovuto all’introduzione dell’euro. Ma venire in Svizzera, con soldi dichiarati e legali da investire in franchi, può essere comunque una difesa contro i rischi connessi alla sopravvivenza della moneta unica europea».
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