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Banche, effetto Covid mancano 6 miliardi

La solitudine di Intesa Sanpaolo fotografa la fragilità del sistema italiano del credito. Una condizione resa evidente dai costi della pandemia, in continua evoluzione, che si sono riflessi sull’intero bilancio del secondo trimestre 2020, il più oscuro, senza certezze, se non quelle derivanti dall’obbligatorio lockdown. Le incognite sanitarie sono diventate ostacoli economici: ora tutto è più difficile, incerto, indeterminato. Così i banchieri di casa nostra hanno attivato i meccanismi di difesa e, in attesa di schiarite ancora lontane, hanno aumentato le rettifiche sui crediti vantati dalla rispettiva clientela: Unicredit le ha aumentate dell’87 per cento a oltre 2 miliardi di euro, Intesa del 95 per cento, Bper le ha raddoppiate, il Credem addirittura triplicate. Solo il Creval le ha considerevolmente diminuite, in forza di una politica di pulizia dei crediti che, dal primo giorno, ha animato l’azione dell’amministratore delegato Luigi Lovaglio.

Aggregato negativo
La consueta analisi dei conti trimestrali, dedicata alle banche di struttura tradizionale, con forma sociale di Spa e quotate sul listino principale della Borsa di Milano (si escludono così Banca Generali, Banca Mediolanum, Finecobank e altre di minore dimensione perché con un business non comparabile), ha evidenziato un preoccupante crollo degli utili nella prima metà dell’anno. Le otto banche protagoniste dell’analisi hanno complessivamente realizzato un risultato netto negativo: hanno perso 295 milioni di euro. È la prima volta, da quando L’Economia del Corriere della Sera realizza questa indagine, che il risultato aggregato è negativo. Un anno fa, le medesime otto banche avevano cumulato utili per 6,349 miliardi nei primi sei mesi del 2019. Per arrivare a quella cifra oggi mancano 6,644 miliardi.

Sono mancati all’appello gli utili di Unicredit e del Monte dei Paschi di Siena, che assieme hanno cumulato perdite per oltre 3,3 miliardi. È qui che si è creato un gap che neppure l’eccellente performance di Intesa Sanpaolo (2,5 miliardi di utile netto, in crescita del 13 per cento rispetto al già ottimo risultato di un anno fa), ha potuto colmare. Il Monte dei Paschi nel periodo aprile-giugno ha realizzato un risultato netto negativo per 845 milioni di euro. Una situazione pesante e che difficilmente si risolverà industrialmente prima del 2023 ( su Mps vedi anche a pagina 13, nda ). Unicredit sopporta invece ancora il peso del primo trimestre dell’anno, quando iscrisse a bilancio i costi di ristrutturazione legati al piano esuberi (1 miliardo) e saldò l’uscita dal mercato turco (1,7 miliardi). Il secondo trimestre è risultato positivo, con utili superiori ai 420 milioni di euro, ma in Italia il trend rimane rallentato, con ricavi che sono passati dagli 1,702 miliardi del primo trimestre agli 1,545 miliardi del secondo trimestre (-9,2%). La dinamica del trading income è risultata particolarmente positiva, a differenza delle fee income e delle investment fees. Ed è anche per questo che Intesa rimane l’unica sui livelli del passato. Sebbene il risultato sia influenzato dalla cessione di Nexi, che vale 1,1 miliardi, va ricordato che dal prossimo trimestre la banca guidata da Carlo Messina beneficerà dell’acquisizione di Ubi e di una posizione di leadership in ogni settore dell’industria bancaria.

La fragilità dell’architettura del settore non deriva dunque da Intesa, prova ne sia che Messina ha saputo confermare l’esatto livello di proventi operativi realizzato un anno fa (9,075 miliardi), ma dal poco alle sue spalle.

Modena capitale
Servono aggregazioni, che il mercato si attende a breve e che non sono più rinviabili. Lo ha esplicitamente confermato Giuseppe Castagna, amministratore delegato di Banco Bpm, aprendo al mercato. Per ora però, alle spalle di Intesa Sanpaolo, si distingue solo Bper. Il gruppo guidato da Alessandro Vandelli ha incrementato l’utile netto, mantenendosi al di sopra di quota cento milioni ed è l’unica tra le banche sotto analisi ad avere incrementato tutte le voci analizzate del bilancio, dagli interessi alle commissioni, dai proventi ai crediti verso la clientela. Sono aumentati anche i costi, ma non è detto che questo sia sempre un disvalore. Adesso Bper si appresta a cambiare pelle: deve varare un aumento di capitale importante per acquisire 532 sportelli che Intesa cederà al termine della acquisizione di Ubi. Uno shopping che aumenterà del 40 per cento la dimensione dell’ex popolare dell’Emilia-Romagna, trasformando una banca nata a Modena nel 1867 nel terzo gruppo italiano del credito.

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