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Banche e imprese Tanti rischi, meno intrecci L’impagabile vantaggio della trasparenza

Il Governatore Ignazio Visco, in occasione della recente assemblea della Banca d’Italia, ha acceso la luce su uno dei possibili punti critici che gli istituti di credito italiani si potrebbero trovare ad affrontare nell’operatività quotidiana. «Spesso — ha sottolineato il governatore — le grandi banche italiane, oltre a erogare credito, detengono quote del capitale delle imprese. Il legame partecipativo non deve distorcere le scelte di affidamento o ritardare l’emersione delle difficoltà dei debitori». Una messa in guardia che sembra pronta a trasformarsi in atto d’accusa, segnale evidente di come il mondo del credito stia mutando pelle. 
Parti correlate
I rapporti con le cosiddette «parti correlate» sono al centro dell’attenzione dell’istituto di Vigilanza da oltre un decennio, ma la normativa ha subito un’accelerazione nel corso delle ultime stagioni, imponendo una separazione sempre più netta tra quello che rappresenta il diritto del socio-azionista, soprattutto nei casi di titolarità di quote importanti di capitale, e il suo merito di credito. Una cosa, dice Visco in buona sostanza, è essere soci, altra valutare la capacità di restituire alla banca quanto è stato prestato all’azienda. E ciò vale non solo quando gli imprenditori sono azionisti dell’istituto di credito, ma anche quando la banca si trova — per scelte precise di investimento o al termine di piani di intervento o di salvataggio — a sua volta ad essere titolare di quote importanti nel capitale delle imprese. I casi non mancano.
Il mondo del credito sta cambiando. La trasformazione del ruolo di Mediobanca ne è la testimonianza. Il salotto buono, gli intrecci azionari, sono immagini scattate nel passato. Ma sono anche nodi non ancora completamente sciolti. Quello della finanza è un piatto basato sui numeri, ma conditi con conoscenze e relazioni: è nella natura delle cose. Visco però ha detto di non andare oltre, di non confondere il tipo di rapporto, ha invitato le banche tutte — nonostante il richiamo sia stato fatto alle «grandi banche» — a non transigere nella valutazione del merito di credito.
Norme
«I rischi connessi con questi legami — ha sottolineato il Governatore — al pari di quelli derivanti dai rapporti con controparti strettamente legate alle banche, devono essere saldamente presidiati dagli organi aziendali. La Vigilanza non può e non deve vagliare preventivamente le singole scelte di affidamento, ma stabilisce regole sulle operazioni con parti correlate e ne valuta il rispetto; le norme mirano a prevenire le possibili distorsioni allocative e a minimizzare i conflitti di interesse; prevedono limiti quantitativi ai rischi, procedure deliberative rafforzate, presidi organizzativi e obblighi di comunicazione all’organo di vigilanza».
Una posizione chiara: da un lato l’avvertimento, la definizione delle regole. Dall’altra la piena autonomia in capo agli istituti di credito perché, appunto, la vigilanza non può e non deve vagliare preventivamente le singole scelte di affidamento.
Richiami
Non è casuale il richiamo del Governatore. Gli spunti vengono dalle cronache, talvolta da quelle giudiziarie, come è accaduto recentemente a Genova, con la gestione Berneschi di Banca Carige. Eppure il vento è cambiato. A iniziare è stata proprio Mediobanca. Seguita a ruota da Federico Ghizzoni con Unicredit e da Carlo Messina con Intesa Sanpaolo. Unicredit ha ceduto partecipazioni detenute per molti anni, come quella in Rcs Mediagroup (che edita questo giornale) e nelle Assicurazioni Generali, alle quali peraltro il gruppo di piazza Gae Aulenti è ancora collegato attraverso la quota in Mediobanca. Resiste il legame con Pirelli-Camfin ma molto è stato ceduto.
Messina, presentando il piano triennale di Intesa Sanpaolo, è stato nettissimo: tutte le partecipazioni non strategiche verranno cedute nell’arco di tempo interessato dal piano. Molto è stato fatto. Intesa a novembre 2013 ha ceduto l’1,3 per cento di Generali ricavandone 347,8 milioni di euro e uscendo completamente dalla compagnia del Leone. Il 6 marzo scorso ha ceduto l’1,5 per cento di Pirelli, ricavandone 89,3 milioni e uscendo, anche in questo caso, completamente dalla partecipata. Il 24 maggio scorso ha poi rivisto al ribasso, unitamente a Unicredit, la propria posizione in Camfin (Pirelli). Il 26 maggio Cà de Sass ha ridotto la propria partecipazione nel gruppo Nh Hoteles, mentre il 28 maggio ha ufficializzato la discesa al 4 per cento nel capitale di Sia (unitamente a Unicredit, mentre il Monte dei Paschi e la Bnl sono uscite completamente dalla società oggi controllata da Fondo Strategico italiano, F2i Sgr e Orizzonte Sgr). All’inizio dell’anno, invece, sono state cedute da Intesa due importanti partecipazioni detenute al di fuori dai confini nazionali: il 100% del capitale della controllata ucraina Pravex-Bank a CentraGas Holding per un corrispettivo di 74 milioni di euro e il 19,9 per cento detenuto dalla controllata Intesa Sanpaolo Vita nella compagnia vita cinese Union Life (19,9% del capitale) per un corrispettivo pari a 146 milioni di euro.
La cura dimagrante dell’arcipelago delle partecipazioni bancarie è stata indotta, in alcuni casi, anche dalla crisi. Il nuovo panorama normativo di riferimento, vasto e puntuto nel dettagliare molte fattispecie, ha indotto a riflessioni le cui conclusioni sono state accelerate dalle difficoltà macro economiche. Il focus sul core business è un obiettivo manageriale indotto anche dalle difficoltà di mercato. Mantenere partecipazioni in business poco remunerativi, bloccando quote significative di capitale è uno sport passato di moda. Oggi conta la focalizzazione su obiettivi concreti: la riduzione dei costi, l’aumento della redditività del capitale investito. La fotografia del salotto buono, lentamente, ingiallisce.
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