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Banche e imprese in cerca di nuovi equilibri

Da parte delle aziende serve meno subalternità, maggiore consapevolezza dei propri mezzi, ma anche più competenza e managerialità. Nell’altra metà campo, per gli istituti di credito c’è la necessità di recuperare un rapporto di maggiore vicinanza con il territorio, per saper valutare al meglio le situazioni delle aziende che chiedono credito.
È attorno a questi due capisaldi che realtà produttive e banche possono e devono recuperare un rapporto migliore, necessario – e forse vitale – per entrambe le parti in causa. Del resto, è proprio la situazione dei numeri (si vedano gli articoli nella pagina a fianco), con cali negli affidamenti e aumento di costi e sofferenze, la spia più chiara del fatto che fra mondo del credito e imprese c’è un rapporto da ripensare. E forse il momento per farlo è proprio questo.
Economisti e osservatori del mondo delle imprese e degli istituti di credito interpellati dal Sole 24 Ore sono concordi nell’affermare che i margini per migliorare ci sono, dall’una come dall’altra parte. «L’osservazione della realtà – afferma Paolo Preti, professore di Organizzazione delle Pmi all’Università Bocconi – ci restituisce un rapporto sufficientemente positivo fra piccole imprese e banche del territorio, come le Bcc, a fronte di una relazione meno favorevole fra piccole imprese e istituti di maggiore dimensione». Quindi, il necessario incremento «della cultura d’impresa all’interno delle aziende» per Preti dovrebbe essere accompagnato da un ritorno della banca «a sedi e uomini sul territorio. Servono figure come quelle del vecchio direttore di filiale, capace di guardare negli occhi gli imprenditori, per capirne difficoltà, ma anche potenzialità».
Il tutto, però, può avere senso solo «rovesciando l’approccio con cui si guarda al sistema del credito», precisa Silvio Bianchi Martini, ordinario di Strategia e politica aziendale all’Università di Pisa, che in passato ha avuto esperienze anche all’interno del mondo bancario, come componente del consiglio d’amministrazione di Capitalia, del Banco di Lucca e del collegio sindacale di Fineco. «L’azienda va vista dalle banche, e deve considerarsi essa stessa, non in maniera riduttiva come soggetto che chiede credito, ma piuttosto come soggetto che offre alle banche opportunità di investimento». Insomma, quello che serve è anche un miglior «marketing finanziario. Le aziende sanno vendere i loro prodotti sui mercati, anche lontani, ma ancora non sanno “vendersi” bene sul mercato dei capitali».
Per Bianchi Martini non è questo l’unico fattore che richiede una crescita da parte delle imprese «che se nel tempo hanno migliorato la loro capacità di elaborare la parte quantitativa dei business plan, ancora oggi sono invece deficitarie sulla parte qualitativa, che invece ha un peso sull’orientamento delle scelte degli istituti di credito». I quali, dal canto loro, «devono riuscire a preoccuparsi di più della qualità della strategia delle aziende, non affidandosi solo ai numeri e devono essere più selettivi, acquisendo maggiore competenza sui settori industriali sui quali è meglio investire».
In un simile contesto c’è un aspetto che va recuperato. Per Stefano Manzocchi, direttore del Luiss lab of european economics, non si dovrebbe infatti prescindere dal considerare «la necessità di un ritorno all’economia reale. È vero che la manifattura pesa per il 20 per cento sull’economia italiana, ma rappresenta quella parte che ci permette di recuperare terreno, anche nei confronti degli altri Paesi europei». E quindi, quel che serve è «un maggior impegno delle banche ad accompagnare gli investimenti delle imprese in ambiti fondamentali come innovazione e internazionalizzazione. E in tutti e due i casi non si tratta solo di finanziare le imprese, quanto piuttosto di accompagnarle, con servizi e competenza. Parliamo del resto di attività necessarie perché la salvezza della manifattura è vitale per le banche stesse. E il futuro della manifattura non può che passare attraverso innovazione e internazionalizzazione».
Di certo non va neanche dimenticato che se i volumi dei prestiti alla clientela sono calati lo si deve anche «alla flessione di richieste da parte delle stesse aziende, che quando si rivolgono alle banche lo fanno soprattutto per finanziare il circolante o per la ristrutturazione dei debiti», spiega Marco Giorgino, docente di Finanza al Mip Politecnico di Milano. «Le imprese – aggiunge – devono iniziare a decidere con più consapevolezza se per le proprie esigenze è meglio pensare al credito bancario o ad altre forme, come per esempio il private equity». Il ruolo degli istituti su questo «può essere molto importante, ma è necessaria più trasparenza nel rapporto fra banche e imprese». A tal proposito Giorgino vede in modo favorevole l’abbandono da parte delle aziende della pratica dei «fidi multipli. Questo è un segnale di scarsa fiducia da parte delle imprese in se stesse e nel proprio valore, ma anche nella banca. E invece, se si chiede fiducia e trasparenza, bisogna dare fiducia ed essere trasparenti, prima di tutto».

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