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Banche e imprese, allarme Basilea

di Rosalba Reggio

Il fondo di garanzia guadagna risorse, ma l'accesso al credito resta un problema per le imprese italiane. Le nuove regole sul credito bancario che saranno valide dal 1° gennaio, infatti, rappresenteranno un rischio reale per le Pmi. Per questo l'Abi e le associazioni di categoria – Assoconfidi, Confagricoltura, Confedilizia, Cia, Coldiretti, Confapi, Confindustria e Rete imprese Italia – hanno sottoscritto un protocollo che prevede strumenti informativi e di supporto alle imprese, analisi di ogni singola linea di credito, soluzioni personalizzate per il rientro degli sconfinamenti. Il documento rappresenta dunque l'impegno del mondo del credito e di quello associativo ad affrontare i rischi che i nuovi tempi di sconfinamento porteranno al sistema. Il 31 dicembre, infatti, si concluderà il periodo di deroga concesso da Basilea 2 alle banche italiane per effettuare la segnalazione degli sconfinamenti dopo 180 giorni e, anche in Italia, in linea con quanto già avviene negli altri sistemi bancari europei, la segnalazione dovrà essere attivata dopo 90 giorni.
Gli effetti potrebbero essere pesanti sia per le imprese, sia per gli istituti di credito. Per le prime, infatti, lo sconfinamento comporterebbe la segnalazione in Centrale rischi come past due e, di conseguenza, la possibile revoca delle linee di credito, la richiesta di immediato rientro dell'esposizione, la segnalazione a tutte le banche della presenza di crediti sconfinati con l'effetto, per l'azienda, di essere considerata insolvente dal sistema.
Serie le conseguenze anche per gli istituti di credito. Dopo 90 giorni questi sarebbero infatti costretti a classificare i crediti sconfinati come "crediti deteriorati" con un aggravio dei requisiti patrimoniali, già molto stringenti, che richiederebbero nuovi accantonamenti.
«Il tasso di default – spiega Davide Capuzzo, Analytics director di Crif Decision Solutions – è uno dei parametri principali che le banche, con Basilea 2, utilizzano per calcolare i propri requisiti patrimoniali. Per capire l'impatto che i nuovi tempi avranno sulle banche l'osservatorio del Crif ha analizzato i tassi di decadimento presentati in serie storica. Dagli ultimi dati rilevati, la proporzione tra default a 180 e quelli a 90 è di 1 a 1,5. Facendo una stima, è presumibile che a fronte di mille euro di requisiti patrimoniali attualmente richiesti, con il passaggio a una definizione di default a 90 giorni il requisito diventi 1.155 euro, quindi con un incremento superiore al 15%».
Uno scenario da evitare per entrambe le parti. Primo impegno comune, dunque, garantire la massima informazione sui rischi reali. Successivamente, ricorrere a forme tecniche di finanziamento sostitutive. E qui si apre un fronte ben poco incoraggiante. Nonostante il rafforzamento del fondo di garanzia, infatti, è difficile immaginare che le banche possano assicurare nuove risorse a imprese con un merito creditizio non soddisfacente, alla luce anche dei maggiori costi – dai 5 agli 8miliardi (si veda Il Sole 24 Ore del 2 dicembre) – che queste affronteranno per la crisi sul debito.
A peggiorare il quadro già incerto intervengono poi i nuovi criteri – voluti dall'Eba (European banking authority) – di quotazione dei titoli "in pancia" alle banche. La valutazione di questi al prezzo di mercato, piuttosto che a quello di realizzo, penalizza infatti le banche italiane favorendo quelle francesi e tedesche. I nostri istituti, dunque, alla luce di questo criterio vedono già fortemente svalutato il proprio capitale proprio a ridosso dell'aumento dei requisiti di patrimonializzazione imposti dall'Europa.
Per compensare il rischio di ulteriore stretta nell'erogazione del credito – spiega Antonio Lo Monaco, segretario nazionale Federconfidi – «i Confidi cercheranno di garantire prestiti ponte delle banche alle imprese per i 90 giorni che queste perdono con le nuove tempistiche. Una misura legata all'emergenza di questo periodo, nella consapevolezza però che la certezza dei pagamenti sia una buona regola per tutti». Se le norme sul rispetto dei termini di pagamento rappresentano un caposaldo di certezza nel sistema a vasi comunicanti della nostra economia, sul recepimento e sull'applicazione dei princìpi di Basilea banche, Confidi e imprenditori chiedono alla Banca d'Italia una maggiore elasticità.
«Massimo rigore, certamente, nell'applicazione e nella combinazione delle deroghe, ma nella perdurante contingenza, bisogna rifuggire da una logica di "primato" del rigore nella trasposizione dei princìpi internazionali nelle norme interne. Giudizio, gradualità e concertazione dovranno essere per le Banche centrali le categorie per la corretta applicazione dei criteri della nuova Basilea 3».
Le nuove regole di sconfinamento, però, non riguarderanno tutti. Almeno non subito. La direttiva comunitaria che recepisce Basilea 2, infatti, prevede un'eccezione. Gli Stati membri, infatti, possono derogare permanentemente al termine dei 90 giorni – e quindi innalzarlo a 180 giorni – ma solo per crediti in capo a banche che dispongono di sistemi di rating interni (Internal rating based) e limitatamente ai portafogli retail, cioè quelli che comprendono persone fisiche e Pmi con fatturato non superiore a 5 milioni di euro e con un'esposizione nei confronti del gruppo bancario non superiore a un milione di euro. Un'opportunità che le piccole imprese dotate dei requisiti richiesti dovranno valutare, verificando l'esistenza di questi sistemi interni di rating nella propria banca.
L'opportunità potrebbe però valere solo per il 2012. Sia per i portafogli trattati a standard – cioè con l'applicazione di rating esterni predefiniti –, sia per quelli trattati con il sistema di rating interno (Irb), dal 1° gennaio 2013, in base al testo attuale di Basilea 3 non ancora promulgato dal Parlamento europeo, il nuovo termine dei 90 giorni si estenderà a tutti i portafogli.

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