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Banche, è corsa al rinforzo

Il consolidamento del settore bancario italiano è già partito. Anche se non ci sono trattative ufficiali, nelle ultime settimane si sono moltiplicati i contatti tra gli istituti di credito i consulenti incaricati di trovare una soluzione strutturale ai problemi che affliggono il settore.

Infatti, gli esami europei condotti tra l’estate e l’inizio dell’autunno hanno portato alla bocciatura di sole due banche in Italia (Mps e Carige), ma in molti altri casi sono emerse fragilità, che rischiano di aggravarsi nei prossimi mesi, a fronte di una congiuntura che non accenna a imboccare la strada della ripresa.

Il consolidamento necessario. Dopo due anni di Toro, nelle ultime settimane Piazza Affari ha ripreso a sbandare, colpita dall’ondata di sfiducia che ha investito il settore bancario dopo la pubblicazione del comprehensive assessment, composto dall’Asset quality review e dagli stress test. Il doppio esame della Bce ha reso evidente la necessità di una svolta per molti istituti di piccole e medie dimensioni della Penisola, che non hanno le spalle abbastanza robuste per affrontare eventuali nuove crisi di mercato. Che non sembrano dietro l’angolo, ma potrebbero ripresentarsi nel medio periodo. Di certo c’è che il quadro congiunturale non offre spunti di ottimismo, con il 2014 destinato a chiudersi con una nuova recessione e il 2015 che, nel migliore dei casi, registrerà un rialzo del pil stimato in pochi decimali. L’ultimo rapporto sulla stabilità finanziaria della Banca d’Italia raffigura un quadro a tinte fosche per il nostro Paese, tra la perdurante debolezza del mercato immobiliare, l’elevata disoccupazione e le difficoltà di accesso al credito, che pongono le basi per il proseguimento delle criticità in ambito bancario. Alla luce di questa situazione non restano molte alternative all’avvio di una nuova stagione di fusioni e acquisizioni. Di questa necessità sono convinti tutti, ma poi non è facile passare dalle analisi ai fatti, dato che questo significa trovare una comune linea strategica di sviluppo, eliminare le poltrone (soprattutto ai vertici) e ridurre il potere sui rispettivi territori.

Popolari in movimento. Le criticità riguardano soprattutto l’ambito delle banche popolari, caratterizzate da una forma societaria di tipo cooperativo. Questo significa che ciascun socio vota per uno, indipendentemente dalle quote detenute. Un sistema che, nel tempo, ha portato all’autoreferenzialità (alle assemblee di solito c’è il pienone tra dipendenti e pensionati dall’istituto, mentre vi è una ridotta partecipazione dei soci esterni, che finiscono con il contare poco) e ha tenuto lontani gli investitori istituzionali, che avrebbero potuto portare capitali e competenze utili per il miglioramento dei conti. In più, va considerato che molte banche italiane non sono quotate in borsa, per cui il prezzo viene deciso annualmente dalla stessa società. Il risultato è che negli ultimi anni solo in pochi hanno accettato di ridurre il valore delle quote, mentre nel frattempo gli istituti quotati a piazza Affari perdevano valore anche fino al 6-70%, e in alcuni casi anche oltre. Proprio il nodo delle valutazioni oggi rappresenta uno degli ostacoli principali alle fusioni.

Anche se le resistenze non sono sparite di colpo, va però detto che la crisi ne ha ridotto il potere d’interdizione, aprendo le porte a considerazioni improntate su logiche di mercato.

 

Le promesse spose. I target più grossi sono il Montepaschi e Carige, proprio in virtù del deficit di capitale emerso nel corso degli esami europei. Solo che non sarà facile trovare compratori disposti a mettere mano in maniera pesante al portafoglio per imbarcare società in forte difficoltà. È più probabile, allora, che si proceda in un primo tempo con la vendita di alcune partecipazioni. Per esempio, negli ultimi giorni si fa un gran parlare della rete commerciale ereditata da Antonveneta (acquisizione avvenuta nel 2007, proprio alla vigilia della crisi, con un esborso di 9 miliardi di euro). Il dossier fa gola soprattutto a Ubi Banca, che è uscita a pieni voti dagli esami europei e da tempo è interessata a crescere soprattutto nel Nordest, dato che attualmente è molto radicata solo in Lombardia. In alternativa, Ubi potrebbe volgere lo sguardo a Nordovest per puntare sull’altra bocciata eccellente, Carige, sulla quale però avrebbero puntato gli occhi anche due gruppi internazionali: il Banco Santander (Spagna) e il Crédit Agricole (Francia), che è già presente nella Penisola con Cariparma e Friuladria. Mentre hanno fatto sapere di non voler crescere ulteriormente nella Penisola i due big nazionali del credito, Intesa Sanpaolo e Unicredit.

Resta da definire la posizione di due gruppi radicati nel Veneto come la Popolare di Vicenza e Veneto Banca, che nei mesi scorsi si sono proposti come soggetti aggreganti (a inizio 2014 vi erano state anche voci di una loro fusione, ma le trattative sarebbero naufragate di fronte all’incapacità di trovare un accordo sui cambi e le poltrone da far saltare), ma che sono uscite ridimensionate dagli esami europei. A questo punto potrebbero mettere nel mirino istituti di credito più piccoli, mentre guarda in grande il Banco Popolare, che potrebbe convolare a nozze con la Banca Popolare di Milano.

A sentire gli analisti, nei prossimi sei-nove mesi il sistema bancario italiano potrebbe registrare un vero e proprio terremoto. Se almeno una parte delle trattative di cui si vocifera oggi andassero in porto, il sistema finanziario italiano diventerebbe ben più solido di oggi, con benefici sulla capacità di sostenere l’economia italiana. Anche se va sottolineato che le aggregazioni passeranno inevitabilmente per nuovi tagli, a cominciare dalle voci di spesa relative al personale.

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