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Banche e assicurazioni pagano il rischio Paese

di Luca Davi e Carlo Festa

Le vendite colpiscono soprattutto i titoli finanziari a Piazza Affari. Se le banche ieri hanno perso il 5,85%, gli assicurativi hanno lasciato sul terreno il 3,7%. Una batosta che si aggiunge a quella subìta nei giorni precedenti. E che fa salire al -20% e al -16,5% il dazio pagato rispettivamente dai due settori negli ultimi due mesi.

Ma cosa sta succedendo ai gruppi finanziari italiani? E quali sono le prospettive? Credito e assicurazioni, per quanto simili, stanno subendo in maniera diversa l'onda della crisi dei debiti sovrani. Gli istituti di credito, in particolare, scontano maggiormente la loro forte prossimità ai titoli di Stato italiani. Le banche italiane sono infatti zeppe di BTp e simili. Di conseguenza, quando lo spread rispetto ai Bund si allarga, come sta avvenendo in queste settimane e ieri in particolare, gli investitori di mezzo mondo si affrettano a vendere le azioni perchè temono di dover pagare poi a caro prezzo le potenziali minusvalenze sul valore nominale dei titoli di Stato che rischiano di gravare sui bilanci delle banche stesse.

Ecco perché oggi i titoli degli istituti italiani stanno calando pesantemente. Il Banco Popolare, Bpm e Ubi Banca, ad esempio, hanno più che dimezzato il loro valore di Borsa rispetto ai massimi toccati nel mese di febbraio. Sia chiaro: tutte le azioni bancarie europee stanno arretrando (da inizio giugno lo Stoxx di settore è sceso del 12%), ma comunque meno di quelle italiane. «I nostri istituti stanno pagando il rischio paese più di altri – spiega un analista di una sim italiana – sebbene i fondamentali rimangano buoni». Il recente "giro" di ricapitalizzazioni, unito alle intense azioni di tagli ai costi, hanno reso gli istituti italiani più solidi anche rispetto a molte altre banche europee, come hanno confermato i risultati degli stress test. Tanto che per molti analisti le valutazioni attuali sono persino a sconto. Secondo Nomura, Intesa ha un potenziale di crescita dell'11%, UniCredit del 40, Mediobanca del 18%, Mps 13%. E tra l'11 e il13% è il margine al rialzo di Banco Popolare, Ubi e Bper. Insomma, i motivi per essere ottimisti, almeno a guardare i fondamentali, ci sono tutti.

Il caso delle assicurazioni

I timori sul debito sovrano tuttavia hanno contagiato anche il mondo assicurativo. Le performance peggiori sono state quelle di Fonsai e Milano Assicurazioni: con la prima che ha perso oltre il 9% e la seconda il 6,5%. Ma anche Generali ha ceduto il 3,6%, come Unipol, mentre leggermente meglio ha fatto Vittoria Assicurazioni (-1,4%). La discesa borsistica nell'ultimo mese è a doppia cifra per tutte le compagnie: dal calo del 14% di Generali fino al crollo del 40% di Fonsai.

Ma quale rischio corrono i titoli assicurativi colpiti dalla bufera del debito sovrano? Secondo Fitch la maggioranza delle compagnie italiane vedrebbero probabilmente i propri rating confermati anche nell'ipotesi di una modesta riduzione del rating sovrano dei rispettivi paesi. La società di rating ha spiegato che non utilizzerà rigidamente come tetto per le compagnie il rating del debito sovrano, anche se é raro che il rating di una assicurazione possa essere significativamente più elevato di quello sovrano. Le compagnie assicurative italiane, al di là del caso Ligresti, sembrano godere ancora di una discreta salute: le tensioni speculative ne hanno però minato in Borsa le valutazioni negli ultimi mesi. Di certo, le compagnie italiane sembrano più al riparo dalle tensioni sui bond governativi a rischio, rispetto ad esempio ai competitor francesi: chi ha infatti accumulato più titoli di Stato di paesi come Portogallo, Irlanda e la traballante Grecia è la transalpina Groupama. Del resto le compagnie assicurative comprano titoli di Stato per investire parte dei loro attivi: bond governativi che fino a qualche tempo fa erano sicuri ma che ora traballano. In Italia, secondo il broker Cheuvreux, la più esposta ai pericoli dei titoli di Stato di Paesi fragili come Portogallo, Irlanda e Grecia è Unipol con un'esposizione netta complessiva di 202 milioni di euro, cioè il 9,3% del suo valore d'impresa.

L'impatto arriva al 138% del valore d'impresa se si aggiungono anche i titoli di Stato di Paesi ben più solidi come Italia e Spagna. Meglio va invece a Generali, la cui esposizione ai Pig è al 6,6% del valore d'impresa, che sale al 40,1% se si considerano le attività in pancia sui bond italiani e spagnoli. Minimi (3,2%) pure gli asset di Fonsai sulle obbligazioni portoghesi, irlandesi e greche: la quota sale se vengono contati i titoli di Stato italiani che nel bilancio 2010 erano a quota 3,2 miliardi.

 

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