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Banche, Draghi al rebus incentivi Il futuro è a due o tre maxi poli

Il governo studia (e litiga), i banchieri fremono, il mercato fa le sue scommesse. In un senso o nell’altro, le prossime settimane rischiano di essere decisive per i futuri assetti dell’ecosistema italiano del credito. E per capire se prenderà la forma di un sistema bipolare – centrato sulla leadership di Intesa Sanpaolo e quella che UniCredit potrebbe riconquistare con un “uno-due” su Mps e Bpm – oppure tripolare, dove a Ca’ de Sass e Gae Aulenti si aggiunga proprio Piazza Meda, che da preda potrebbe vestire le più ambite vesti di predatrice.

Il pallino è in mano al Governo. Che in questa lunga e burrascosa vigilia di Decreto Sostegni Bis dovrà decidere se e come introdurre nuovi incentivi fiscali alle fusioni bancarie. Le bozze circolate nei giorni scorsi (si veda Il Sole 24 Ore del 5 maggio scorso) lasciano chiaramente intendere che Palazzo Chigi vuole scendere in campo, dando una spinta a un processo di aggregazioni che viene considerato necessario per salvare Mps ma anche per efficientare l’intero sistema alla vigilia di una fase chiave come quella del Pnrr, in cui tutti gli ingranaggi dovranno funzionare al meglio. Di qui la dote più generosa in termini di crediti fiscali e l’allungamento del periodo in cui se ne potrà beneficiare.

Il tema è noto: l’ipotesi in discussione è quella di estendere i vantaggi dell’attuale normativa sulle imposte differite attive (Dta, Deferred tax asset) per perdite fiscali, Dta che già da inizio anno possono essere trasformate in credito d’imposta (e quindi in capitale) in caso di fusione con altre banche. La prima novità in discussione, apprezzata da tutti i banchieri, è costituita dallo spostamento in avanti dell’orizzonte temporale di applicabilità della misura per tutte le fusioni deliberate fino al 30 giugno 2022, e non solo nel corso del 2021. La seconda questione, più delicata, riguarda invece l’innalzamento del limite delle Dta trasformabili in credito d’imposta dal 2 al 3% della somma delle attività «dei soggetti partecipanti alla fusione» e «senza considerare il soggetto che presenta le attività di importo maggiore».

Uno scenario, quest’ultimo, che piace a qualcuno e spaventa altri, perché se la norma sarà la stessa per tutti – come fanno notare fonti istituzionali – è anche vero che potrebbe avere impatti diversi sui diversi tavoli in cui va a cadere. I maggior benefici potenziali sono per UniCredit, che non cerca le fusioni a tutti i costi ma le prenderà seriamente in considerazione se «possono accelerare le strategie», come ha detto il neo ad Andrea Orcel che appena arrivato ha già rivisto la prima linea di manager (si veda l’articolo a pagina 26). Tra Piazza Gae Aulenti e il Tesoro i canali sono informali ma aperti, al punto che dalle parti del primo azionista di Mps c’è chi non esclude che si possa entrare presto nel vivo della trattativa per la cessione del controllo di Siena, che – con i debiti ritocchi agli incentivi fiscali – potrebbe dipanarsi lungo cinque anni e con incentivi più robusti. Altrettanto robusti sono quelli che spingerebbero UniCredit verso BancoBpm, e nel caso in cui fossero effettivamente sommabili ecco che l’ex banchiere Ubs si ritroverebbe con 7 miliardi netti circa di bonus per assorbire sia l’una che l’altra.

Tutto dipende dalla versione finale del Dl Sostegni Bis che uscirà settimana prossima da Palazzo Chigi. Sempre, peraltro, che esca, visto che il tema bancario è sempre incandescente per la politica. Fino ad allora sono scenari, che però fanno discutere il vertice di Piazza Meda, dove il ceo Giuseppe Castagna non sempre si trova allineato con il presidente Massimo Tononi. E dove sembrano esserci divergenze sui possibili punti di approdo finale. Non è un mistero del resto che da tempo Castagna coltivi il desiderio di un apparentamento con Bper, banca che tuttavia oggi, impegnata come è nell’integrazione degli sportelli ex Ubi, sembra aver interrotto i canali di dialogo precendentemente attivati.

Al di là degli schemi possibili, che sono e restano tanti, quel che conta è l’ossatura del sistema bancario. Un tema che sta a cuore anche a chi solo assiste al gioco delle coppie, come il consigliere delegato di Intesa Sanpaolo, Carlo Messina. Che non più tardi di venerdì scorso ha detto che «l’Italia ha bisogno di concentrazione, di avere almeno altri due player che abbiano una buona quota di mercato». Un modo per esprimere preoccupazione sul fatto che solo la presenza di più competitor può garantire il buon funzionamento del mercato.

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