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Banche del Sud, 500 milioni per le fusioni

Arriva il provvedimento salva-banche, in particolare per la Popolare di Bari e gli altri istituti del Sud, per spingerli alle aggregazioni. È un nuovo emendamento al «decreto Crescita», approvato ieri, con una versione rinnovata del credito di imposta per le banche con sede legale in Campania, Puglia, Basilicata, Molise, Calabria, Sicilia e Sardegna grazie al recupero delle imposte differite su perdite («Dta»). Lo sconto fiscale in caso di aggregazione sarà fino a 500 milioni per ogni banca che si fonde, in 4 tranche.

Un sostegno da parte dello Stato alle aggregazioni tra le banche è da tempo considerato necessario per agevolare le fusioni tra istituti, che specialmente nel Mezzogiorno soffrono di redditività calante e patrimoni risicati. In origine era stata pensata per favorire la Popolare di Bari, alle prese con una complessa e difficile ristrutturazione. Attorno all’istituto pugliese potrebbe ora costruirsi una super popolare che vedrebbe coinvolte, secondo le indiscrezioni, una quindicina di banche del Meridione: Popolare del Cassinate, del Frusinate, di Cortona, di Lajatico, di Valconca, Popolare del Lazio, Popolare di Fondi, Popolare del Mediterraneo, Popolare delle province molisane, Popolare Puglia e Basilicata (Bppb), Popolare Spoleto, Popolare pugliese, Popolare Sant’Angelo e Popolare vesuviana.

«Ci sono istituti di credito in crisi che potrebbero andare in default o avere capitale insufficiente. Interveniamo su situazioni urgenti», ha detto ieri il relatore del Dl Crescita in commissione Finanze e Bilancio, Giulio Centemero, della Lega. L’idea nasce all’Università Cattolica di Milano ad opera dei professori Marco Miccinesi e Paolo Gualtieri ed è stata sostenuta nelle trattative con la Ue da Tesoro e Banca d’Italia, affinché non venisse considerata aiuto di Stato. E l’ok della Direzione Concorrenza (DgComp) è arrivato, ha detto Centemero. Per superare l’impasse rispetto alla prima versione (che prevedeva l’agevolazione solo per banche non oltre 30 miliardi di attivi) il credito d’imposta è stato limitato alle sole regioni svantaggiate con sede al Sud ed esteso a tutte le imprese, non solo quelle finanziarie. E non sarà a costo zero perché il beneficiario pagherà un canone dell’1,5% anno. «Si impone una riflessione nel valutare ipotesi di aggregazione, fermo restando che queste devono creare valore per gli azionisti», ha detto all’Ansa il presidente della Bppb, Leonardo Patroni Griffi.

Secondo la relazione tecnica, il minore gettito per l’Erario è calcolato in 2,96 miliardi, di cui 2,5 miliardi dalle imprese industriali. Tuttavia la previsione è che il ricorso alla norma da parte delle società non finanziarie sia limitato: per esse il costo per lo Stato è stimato in 561 milioni.

Fabrizio Massaro

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