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Banche decisive per la ripresa

Le ripetute correzioni dei titoli bancari nelle prime settimane del 2016 hanno fatto riaffiorare timori che sembravano ormai svaniti. Superati gli esami europei del 2014 e del 2015, gli istituti di credito italiano apparivano ormai in ripresa, complice il ritorno alla crescita per l’economia italiana. Ma evidentemente molti investitori non la pensano così. Proviamo a capire come stanno davvero le cose e cosa potrà riservare il futuro, non solo in materia di investimenti.

Superato il culmine della crisi. «Non ci saranno né richieste inattese di nuovi accantonamenti contro i crediti deteriorati, né di più capitale». Come già accaduto in passato, Mario Draghi ha voluto usare parole chiare per placare la speculazione abbattutasi soprattutto sugli istituti italiani. Parole non di circostanza, ma frutto di una convinzione: il peggio è ormai alle spalle.

Gli stress test condotti oltre un anno fa sulle principali banche italiane hanno evidenziato situazioni critiche solo in due casi (Mps e Carige), che da allora in avanti vengono seguite con attenzione dagli stessi esperti della Bce. Conferme in tal senso sono arrivate dagli Srep, i processi di revisione prudenziale della Banca centrale europea, i cui esiti sono stati comunicati alla fine del 2015: le prime 13 banche italiane hanno indici di patrimonio di vigilanza (il cosiddetto Cet 1 ratio) superiori alle richieste minime.

Banche come Intesa Sanpaolo, Mediobanca o Bpm hanno confermato solidità da top player europei. Due sole banche, Popolare di Vicenza e Veneto Banca, sono state bocciate da Francoforte per un capitale insufficiente, anche se la vigilanza ha riconosciuto per entrambi i casi che si sono avviate su un percorso di ristrutturazione e rilancio che ne permetterà la messa in sicurezza entro giugno.

Le ragioni delle nuove turbolenze. Tutto bene, dunque? Non proprio perché se nel mercato prevale una sfiducia generalizzata non può essere solo «colpa» della speculazione.

Il nodo principale riguarda le sofferenze, cioè il denaro prestato dagli istituti a famiglie e imprese, ma che fatica a essere ripagato per le conseguenze della lunga crisi che ha portato a una pioggia di fallimenti. Le somme divenute di difficile esigibilità ammontano ormai a 200 miliardi di euro e pesano sulla libertà di movimento degli istituti, che non a caso continuano a essere molto prudenti sul terreno della concessione di nuovi prestiti. Ma, se la banca fa credito con il contagocce, e al contempo vede ridursi gli spazi di guadagno dal trading per l’incertezza dei mercati, la sua salute finanziaria diventa traballante. E dunque ripartono le vendite dettate dalla sfiducia. A complicare ulteriormente la questione contribuisce l’entrata in vigore (dall’inizio di quest’anno) del bail-in, direttiva in virtù della quale la soluzione di eventuali, nuove crisi bancarie dovrà avvenire senza più pesare dalle casse pubbliche.

Dunque potrebbero essere chiamati a rispondere azionisti, obbligazionisti e, in extremis, anche i detentori di conti correnti sopra i 100mila euro. A ben guardare, le possibilità che questo avvenga davvero sono prossime allo zero. Secondo l’analisi di Prometeia, relativa ai primi 13 gruppi bancari italiani, anche in caso di perdita degli attivi intorno al 3%, il capitale delle banche italiane sarebbe sufficiente a sanare la situazione, senza spargimenti di sangue. Solo con una perdita pari all’8% degli attivi (ipotesi davvero estrema), i sottoscrittori di obbligazioni registrerebbero una perdita secca in conto capitale.

Risanamento in divenire. Dunque, se una nuova crisi non è all’orizzonte, è pur vero che il risanamento non sarà facile. Non resta quindi che sperare nei risultati dell’opera riformatrice avviata nell’ultimo anno. La novità più recente riguarda la cosiddetta bad bank, approvata dopo un lungo tira e molla con la Commissione europea.

Gli istituti di credito potranno creare veicoli finanziari nei quali far confluire i crediti divenuti di difficile esigibilità, con l’obiettivo di valorizzarli attraverso partner specializzati nel settore, ingolositi a investire in questo campo dalla garanzia statale. Ricadute importanti sono attesi anche dalla riforma delle banche popolari, che prevede per gli undici istituti con attivi superiori agli 8 miliardi di euro l’obbligo del passaggio a società per azioni. Quindi addio al voto capitario, ogni azionista peserà in proporzione alla quota di capitale detenuta. I primi istituti hanno già adottato l’evoluzione e gli altri lo faranno entro la primavera. Di pari passo, per evitare di finire prede dei concorrenti stranieri, è partito il risiko bancario, dal quale prenderanno vita istituti con le spalle più robuste, più capaci di resistere alle turbolenze di Borsa. Il vento delle novità arriverà anche alle Bcc, che si avviano verso un sistema federato, con la creazione di una capogruppo che potrà limitare la libertà di azione dei singoli istituti consociati in caso di conti traballanti. La rapidità con cui le misure approvate produrranno effetti concreti sarà decisiva per la ripresa. Non solo quella dei titoli finanziari quotati, ma dall’intero Paese, considerato che il credito bancario resta l’unica fonte di finanziamento per la maggior parte delle pmi italiane.

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