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Banche, dallo shock Lehman 1.600 miliardi di capitale in più

Terrorizzato dal crac Lehman, negli ultimi cinque anni il sistema bancario mondiale ha costruito un argine da 1.600 miliardi di capitale per evitare che possa ripetersi. E ora, secondo quanto certificato ieri dal Comitato di Basilea, tutte le prime 200 banche globali (comprese 14 italiane) rispettano i requisiti minimi di capitale che saranno a regime dal primo gennaio 2019.
In particolare, il patrimonio di qualità primaria – il Common equity tier 1 – è salito dai 2,12 trilioni del 2011 ai 3,73 trilioni del 31 dicembre 2016. Nel suo insieme, il Cet1 è al 12,3% per le prime 105 banche e al 13,4% per le altre 95 di dimensioni subito inferiori; siamo ben oltre l’asticella minima del 7% e ben sopra i livelli di partenza del 2011, pari al 6-7%. Le nuove soglie di Basilea 3 entreranno in vigore solo nel 2019, ma già a fine 2016 lo shortfall, cioè il gap di capitale mancante, era pari a zero. Restano da raccogliere altri 116 miliardi per centrare i requisiti Tlac, ma in questo caso riguarda solo gli istituti di rilevanza sistemica e comunque c’è tempo fino al 2022.
Se il traguardo è stato raggiunto da tutte le grandi banche globali, quelle europee e quelle americane ci sono arrivate in modi ben diversi. E qui le notizie sono meno buone, con le banche del Vecchio continente che si sono rivelate prime per dividendi distribuiti ai soci ma ultime per profitti. Il problema sta in quest’ultimo fattore, che ancora una volta certifica la strutturale difficoltà del settore a convivere con un contesto fatto di tassi bassi, sofferenze alte e una vigilanza in continua evoluzione: solo nel 2016 le 15 banche europee del gruppo 1 (le più grandi) hanno accumulato 25 miliardi di profitti, le 13 americane più di 75. Come si spiega? «Negli Usa il settore è fortemente concentrato su pochi grossi player che competono in un sistema oligopolistico con margini e profitti strutturalmente più alti – ragiona Vincenzo Tortorici, senior partner e managing director di Boston Consulting -. Inoltre, le banche americane sono meno credito-centriche e più ‘intermediarie’, grazie a un mercato dei capitali molto più sviluppato e a clienti impresa che fanno regolarmente più uso dei prodotti commissionali rispetto a quelle europee e italiane».
In difficoltà nella generazione interna di capitale, le banche europee hanno dovuto raccoglierlo all’esterno, con aumenti e bond subordinati: il 60% del capitale ”chiamato” dalle grandi banche nel mondo fa riferimento a quelle europee. E qui si apre il discorso relativo ai dividendi: per salvare il proprio appeal di mercato, gli istituti europei hanno dovuto remunerare i propri soci, con un pay-out che ha toccato il 40% dell’utile, una quota che vale 157 miliardi in sei anni e rappresenta in termini percentuali quasi il doppio di quello offerto dagli istituti americani (25%).
Il report diffuso oggi si inserisce nel pieno di un dibattito, apertissimo, tra chi ritiene che la messa in sicurezza debba proseguire e chi – amministrazione Trump in primis – invece pensa siano maturi i tempi per allargare le maglie della rete: i numeri, come sempre, dicono sempre tutto e il contrario di tutto, ognuno li userà per portare acqua al suo mulino. «Servirebbe una deregulation equilibrata e selettiva», auspica Tortorici. Una revisione, cioè, che non tolga «i benefici dell’intervento del regolatore che dopo la crisi ha creato i presupposti per irrobustire il settore bancario e per renderlo più sano e disciplinato. Ma le banche sono aziende con azionisti e devono generare un rendimento. Bisogna dunque cercare il giusto grado di regolamentazione che renda le banche sane e governabili e con i rischi sotto controllo, ma anche gestibili, funzionali ‘al fare business’ e profittevoli».
Da notare che sempre ieri un report sul monitoraggio del patrimonio di vigilanza è stato diffuso anche dall’Eba, relativamente a un campione allargato di 64 banche europee. Le quali nel loro insieme hanno visto riaprirsi un gap, pur limitato, di capitale rispetto ai requisiti di Basilea 3: si tratta di 1,7 miliardi, in buona parte probabilmente già raccolti viste le manovre di rafforzamento condotte nel 2017 da UniCredit e Mps solo in Italia.

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