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Banche in crisi, «soluzione prima possibile»

Ci sarà ancora tempo per «spiegare e chiarire» come ha agito Via Nazionale sugli istituti in crisi, ha assicurato ieri Ignazio Visco, con un riferimento non troppo velato alla Commissione parlamentare d’inchiesta. Ma intanto una lezione è stata imparata: «Le crisi bancarie vanno risolte prima possibile», ha detto il governatore parlando a braccio, fuori dalla traccia consegnata ai presenti.
Un fatto insolito. Le considerazioni finali sono il “magistero” della Vigilanza, il testo viene visto e rivisto per decine di volte prima di essere dato alle stampe. Se ieri il Governatore – che in prima fila ad ascoltarlo aveva Mario Draghi – ha deciso di fare un’appendice verbale c’era un buon motivo, da ricercarsi probabilmente in quella stessa urgenza a cui ha fatto riferimento. Le ex popolari venete, il Monte, a cui potrebbe presto aggiungersi Carige, sono nel limbo da troppo tempo e così la Banca d’Italia, accusata di essere tavolta intervenuta «troppo tardi» si fa portavoce di quanto imparato e ricorda che «lasciare che le crisi si trascinino per mesi o per anni è deleterio», perché «con il passare del tempo cambiano le regole, cambiano le persone, cambia la congiuntura, cambia il mercato bancario». Un appello, quello di Visco, rivolto chiaramente all’Europa, e a quella «molteplicità di istituzioni, nazionali e sovranazionali, tra loro indipendenti e con processi decisionali poco compatibili con la rapidità degli interventi»: nessuna citazione puntuale, ma non è difficile cogliere un riferimento alla Commissione europea e alla Bce, che da mesi si rimpallano i dossier più pesanti badando – altra sottolineatura non banale – più all’efficienza del mercato che alla stabilità del settore, denuncia Visco. Ma mentre negli uffici le delegazioni si confrontano a oltranza su tabelle excel, le banche a poco a poco si accasciano: «Se si vuole evitare, come si deve, che si inneschi la sfiducia dei clienti dobbiamo agire in poche settimane, non aspettare mesi o addirittura anni», auspica il Governatore.
Che poi rivendica i progressi compiuti – le nozze tra Banco e Bpm, la riforma del credito cooperativo, la cessione delle good banks e quella in dirittura di Cassa Cesena, Rimini e San Miniato – e l’attività di vigilanza sulle 101 banche controllate direttamente: il monitoraggio del 2016 è stato superato positivamente dal 60% degli istituti, il 35% è «sottoposto a controlli e interventi più intensi e urgenti», il resto è in infermeria.
Altro tema, gli Npl: come, quando e a che prezzo cederli. Meglio aspettare che svendere, aveva detto tre settimane fa il presidente della Consob, Giuseppe Vegas. Ieri Visco è stato più articolato: il tema richiede un approccio diverso dalla Vigilanza (europea), che tenga conto delle reali dimensioni del problema da un lato e dalla possibilità di gestirlo in più modi dall’altro. Sul primo fronte, degli 81 miliardi di sofferenze nette in pancia alle banche italiane tre quarti «sono detenuti da banche le cui condizioni di mercato non impongono di cederle immediatamente sul mercato», ha ricordato il Governatore. Nel restano 20, oggi a bilancio per valori compatibili con i recuperi interni, di cui però non c’è tempo: considerato che il mercato offre la metà, «l’ammontare di rettifiche aggiuntive sarebbe dell’ordine di 10 miliardi», stima la Banca d’Italia. In pratica, una somma gestibile e ben diversa dalle valutazioni catastrofistiche di alcuni analisti particolarmente severi. A maggior ragione se dovesse arrivare il via libera al grande progetto della bad bank europea, o più verosimilmente di asset management company nazionali così come proposto dall’Eba di Andrea Enria. Bankitalia appoggia, «a condizione che il prezzo di trasferimento degli attivi non sia distante dal loro reale valore economico». Ma anche qui c’è la variabile tempo a fare a la differenza: «L’incertezza rallenta la definizione delle transazioni in corso e scoraggia quelle che potrebbero realizzarsi nei prossimi mesi».

Marco Ferrando

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