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Banche e consumi: ecco i favoriti per la svolta

 

Wall Street sempre in vetta, a un soffio dai massimi del 15 agosto. Mosca e Londra all’inseguimento. Francoforte a metà classifica, a 20 punti di distanza dal suo record storico. E nelle retrovie, Tokyo, Shanghai e Milano: ultime in graduatoria nel 2016, con perdite comprese tra il 12% del Nikkei e il 24% accusato da Piazza Affari. Le più lontane, soprattutto, dal rispettivo apogeo: basti pensare che per rivedere il picco del marzo 2000, l’Ftse Mib dovrebbe recuperare il 210% del suo valore. Un abisso. Riusciranno le borse più sottovalutate a trovare lo spunto per recuperare terreno? E chi galleggia da tempo sui massimi, ha ossigeno a sufficienza per rimanere in alta quota?

I dubbiDifficile dirlo. Almeno prima che vengano sciolti alcuni nodi. L’esito delle elezioni americane. Il referendum costituzionale in Italia e i piani per mettere in sicurezza alcune banche. L’efficacia dell’accordo raggiunto dall’Opec per i tagli alla produzione di greggio. «L’unica certezza è che oggi i mercati azionari sono decisamente più attraenti, in termini relativi, rispetto al reddito fisso», osserva Emilio Franco, vice direttore generale e responsabile investimenti di Ubi Pramerica sgr. Convinto che abbia poco senso paragonare le attuali valutazioni — care, in molti casi, se si analizza il classico rapporto prezzo/utili — con le rispettive medie storiche: il crollo dei tassi d’interesse, spiega, giustificherebbe multipli molto più elevati, Il metro di paragone è alterato e occorre tenerne conto.

Gli Stati Uniti, in ogni caso, non sono a buon mercato. Dopo una lunga corsa, proseguita nel 2016 (+11%), appaiono in bilico, tra l’incognita del voto presidenziale, il probabile rialzo dei tassi a dicembre e i dubbi sulla dinamica dei profitti, previsti in flessione del 2,3% nel terzo trimestre: se la stima di Factset trovasse conferma, sarebbe il sesto trimestre consecutivo di utili in calo su base annua per l’S&P500. L’Eurozona ha sofferto molto di più (-8% da inizio anno), penalizzata dai mai sopiti timori sulle banche e dalla ormai cronica condizione di incertezza sul piano politico.

Non a caso, i capitali fuoriusciti dalle azioni dell’Europa nel 2016 valgono da soli, secondo Efpr, 100 miliardi di dollari: quasi la metà dei deflussi netti registrati complessivamente dai Paesi sviluppati (208 miliardi). «Intanto, però, il temuto effetto domino innescato da referendum di Londra non si è verificato, benché molte questioni rimangano aperte — precisa Franco —. Il quadro macro accettabile, l’inflazione bassa, il presidio rassicurante offerto della Bce e il posizionamento degli investitori globali, molto scarico sul Vecchio Continente, legittimano un giudizio favorevole, in una logica di lungo termine». Affinché l’Europa torni a catturare flussi, serve però una ripresa dei profitti. «Provengono da cinque anni di delusioni — annota James Sym, gestore del fondo Schroder Isf European Equity Focus —. Presto potrebbero ricominciare ad espandersi, complice un parziale ritorno dell’inflazione». A giustificare un po’ di ottimismo, secondo Franco, c’è il fatto che da circa due mesi il rapporto tra revisioni al rialzo e il numero complessivo di revisioni delle stime sugli utili delle aziende europee è in miglioramento, nel settore energetico e in molti comparti, con poche eccezioni: per esempio le telecom.

Le condizioniTre ulteriori condizioni potrebbero favorire la ripartenza dei listini europei. Servono progressi nel piano di ristrutturazione di alcune banche, Mps in primis. Un giro di boa su Deutsche Bank. E l’esito favorevole al Referendum costituzionale del 4 dicembre. «Fino a quel momento, l’Italia è un Paese non investibile agli occhi di molti», osserva Sym. Una vittoria dei sì sarebbe interpretata come un segnale positivo, e non solo per l’Italia. «In quel caso — conclude il gestore di Schroders — le banche della Penisola, penso a Bpm, sono destinate a sovraperformare. Più in generale, invece, siamo negativi sui consumi di base, titoli come Nestlé, Unilever, e alcuni nomi del lusso, perché ormai troppo cari».

A Ubi Pramerica prevale un atteggiamento più cauto sulle banche, motivato dal deterioramento dei fondamentali: tempi lunghi per lo smaltimento dei crediti deteriorati, margini in compressione, crescita lenta. Meglio la cura della salute e all’energia: «Non mi stupirei, dice, se tra 10 mesi il prezzo del petrolio fosse a quota 65 dollari». La seconda area da tenere d’occhio, secondo Franco, è quella dei mercati emergenti: la crescita cinese è ancora solida, un po’ inferiore al 7%, «nonostante le ipotesi di un atterraggio duro dell’economia profetizzate da alcune Cassandre. Russia e Brasile, dopo una profonda recessione, sono in recupero. L’approccio morbido della Fed allontana lo spettro di una fuga dei capitali e le valutazioni attraenti richiamano nuovi flussi».

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