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Banche &Co. Perché i nostri saldi piacciono ai big internazionali

Banche come Unicredit, Intesa Sanpaolo, Ubi e Mps. Grandi utilities e gruppi industriali come Eni, Enel, Telecom. Atlantia e Prysmian. La carica in Piazza Affari dei colossi mondiali del risparmio gestito come Blackrock, Invesco o Vanguard, che hanno acquistato negli ultimi mesi quote significative di capitale in società italiane impiegando parecchi milioni, non sembra essere un’incursione speculativa. Piuttosto un cambio di passo: il nostro mercato è tornato a essere attraente per gli investitori esteri. E i motivi di appeal sembrano più stabili rispetto al passato. 
Lo shopping nel nostro Paese rappresenta anzitutto un’opportunità, considerando i prezzi. L’Italia spa è spesso ancora in sconto rispetto ai suoi concorrenti e i fondi internazionali sanno bene che investire qui può riservare consistenti guadagni, nonostante l’indice Ftse-Mib abbia già registrato un rialzo del 33% in 12 mesi e dell’11,9% dall’inizio dell’anno.
Orizzonti
Con un orizzonte più lontano, confrontando prima di tutto il nostro indice generale a alcuni settoriali con quelli delle Borse più «vicine» come Francia, Germania, Gran Bretagna e Spagna, risulta chiaro che il nostro listino, rispetto ai livelli pre-crisi, ha recuperato meno degli altri. Se si prende come base 100 fine giugno 2007, quando i mercati ancora non erano stati travolti dal ciclone dei subprime, attualmente Parigi è a quota 80,3, Francoforte a 94, Londra a 100,7, Madrid a 66,9 e Milano è ferma a 52,10. Piazza affari è ancora a metà strada, e non conforta molto sapere che ha riguadagnato parecchio terreno rispetto ai minimi registrati dai mercati nel marzo 2009: allora la nostra Borsa ha toccato quota 31,4 mentre gli altri listini erano più o meno a livello 41-44 e Londra a 54. Passando alle banche grazie ai rialzi recenti i nostri istituti non sono all’ultimo posto, ma il recupero è stato inferiore rispetto a quello registrato dall’indice generale. In Francia siamo a quota 51,9, in Spagna a 50,5, in Gran Bretagna a 41,2, in Italia a 30,6 e in Germania a 26,1. Per quanto riguarda l’industria Parigi da 100 ora è a 85,8, Francoforte a 89,8, Londra ha guadagnato terreno a 128,8, Madrid a 73,3 e Piazza Affari è indietro a quota 53,4.
Insomma, Piazza Affari è ancora a a sconto. E non di poco. Certo, questo non vale in modo uniforme per tutti i titoli. Però, se dal confronto sui settori si passa a quello dei principali protagonisti con i loro concorrenti diretti stranieri, si può notare come comprare in Italia possa rappresentare in diversi casi ancora un affare.
Partiamo dall’Eni. il 29 giugno 2007 capitalizzava 107 miliardi. Dopo aver toccato la metà il 9 marzo 2009, il suo valore di Borsa è risalito a 66,3 miliardi circa. Nello stesso periodo Total è passata da 144 miliardi a 85 e infine è tornata a 113,9. Royal Dutch Shell da 85,3 miliardi del 2007 capitalizza oggi poco più dell’Eni, cioè quasi 70 miliardi. Bp sta peggio invece perché da 171 miliardi è passata a quota 108. E se Enel sembra aver resistito meglio rispetto a diversi suoi concorrenti, sono ancora in «saldo» Finmeccanica e Telecom. Rispetto al 2007 la società di aeronautica e difesa, tenendo conto delle cessioni e nonostante il forte recupero realizzato in un anno di «nuovo corso», vale la metà: la capitalizzazione è passata da 9,7 a 4 miliardi. Siemens o Thales nel frattempo hanno recuperato quasi tutto. Telecom, che pre-crisi valeva in Piazza Affari 27,1 miliardi, oggi è a quota 11,7 dopo aver toccato quota 10. Nello stesso periodo la capitalizzazione di Bt è passata da 40 a 34 miliardi, quella di Deutsche telekom da 59,5 a 50 miliardi e quella di Telefonica da 79 a 53 miliardi.
Polizze
Per quanto riguarda le assicurazioni, Generali con gli oltre 25 miliardi di valore attuale in Borsa ha ancora un po’ di terreno da recuperare rispetto al 2007, quando ne valeva 42, nel confronto con i principali concorrenti Allianz e Axa. Ma lo «sconto» non è consistente. Invece è forse nel comparto bancario che i fondi internazionali sono andati a caccia dei «saldi» più golosi. Va detto, però, che gli investimenti effettuati in questi mesi e soprattutto di recente pare indichino almeno una cosa a favore dei nostri istituti: i gestori globali sarebbero stati forse più prudenti negli acquisti se le loro attese sui risultati di asset quality review e stress test europei fossero state negative. Passando ai singoli titoli, Intesa Sanpaolo a fine giugno 2007 capitalizzava 70 miliardi, oggi è a quota 40. Unicredit era a 69 miliardi e, dopo aver toccato i 10 nel marzo 2009, attualmente ne vale circa 36,4. Il Banco Popolare è passato da 8 a 5 miliardi, pur con una risalita notevole rispetto al minimo di 1,2 miliardi. Mps è un caso a parte per le vicende che lo hanno travolto e rispetto a 12 miliardi pre-crisi oggi è a 3. Nello stesso periodo l’inglese Hsbc, che capitalizzava 159 miliardi nel 2007, è tornato a quota 141. Il Santander dagli 85 miliardi precrisi oggi è a 82. Bnp Paribas era a 82 miliardi e attualmente è a quota 70. Il BBva è passato da 64 a 52. Deutsche bank da 56 a 32 miliardi.
Le nostre banche rispetto a molti concorrenti sono dunque ancora a «buon prezzo». E questa è stata forse una delle ragioni più importanti a guidare gli investimenti, nella prospettiva di incassare ulteriori recuperi di valore. Ma, a parte le considerazioni sulle «prove» europee, la carica dei fondi esteri è favorita anche da altri elementi di fatto. In in primo luogo il rischio-Paese, percepito decisamente inferiore rispetto al passato, e poi ci sono aspetti regolamentari e di governance. In sintesi oggi c’è più capitale libero, considerati anche il tramonto dei patti e la frenata delle fondazioni. E i gestori internazionali dimostrano di apprezzare la novità.
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