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Banche, class action imbrigliata

Inammissibile la class action per contestare le clausole illegittime inserite dalla banca ai contratti di conto corrente. Infatti, l’azione collettiva può essere avviata solo in relazione a un effettivo pregiudizio sofferto dal cliente.

È quanto emerge dalla sentenza n. 9772 depositata il 14 giugno 2012 dalla prima sezione civile della Corte di cassazione.

In particolare il Collegio di legittimità ha respinto il ricorso del Codacons presentato contro la sentenza della Corte d’appello di Torino che aveva dichiarato inammissibile la class action presentata contro una banca che aveva inserito nel contratto di conto corrente di un avvocato suo cliente e di altre persone delle clausole ritenute illegittime da questi.

La Corte territoriale aveva motivato che la class action (contenuta nell’articolo 140 bis del codice del consumo) ha natura risarcitoria. E infatti il legale non avrebbe potuto introdurre l’azione di classe semplicemente per contestare la sussistenza del diritto della banca di inserire e far valere, nel rapporto di conto corrente, le clausole istitutive delle nuove commissioni, di cui si chiedeva l’accertamento.

Confermando implicitamente questa motivazione Piazza Cavour ha ricordato che «l’azione di classe ha per oggetto l’accertamento della responsabilità e la condanna al risarcimento del danno e alle restituzioni in favore degli utenti consumatori. Fra l’altro l’azione è esperibile anche per la tutela degli interessi collettivi».

La vicenda prende le mosse a Torino. Un avvocato, correntista di un grande istituto di credito, aveva sottoscritto in contratto di conto corrente bancario. Dopo il divieto di applicazione della commissione di massimo scoperto, la banca aveva applicato alla clientela nuove commissioni che aveva definito «sostitutive», secondo il legale anch’esse illegittime sotto diversi profili.

L’uomo aveva così fatto causa alla banca lamentando un danno di 250 euro. A questo punto si era costituito il Codacons proponendo una class action. Il Tribunale lo aveva dichiarato inammissibile e la decisione è stata confermata dalla Corte d’appello piemontese.

In particolare secondo la Corte territoriale l’azione di classe può essere proposta al fine di ottenere un risarcimento ovvero una restituzione. Pertanto può essere introdotta in esito al verificarsi di un pregiudizio effettivo – patrimoniale o, al limite, anche non patrimoniale – «suscettibile di riparazione mediante pronuncia di condanna al pagamento di una somma, liquida o liquidabile, di denaro».

In altri termini, nel caso di prestazione posta in essere in forza di un contratto nullo, il regime di tutela non sarebbe di tipo tanto risarcitorio, quanto restitutorie dell’indebito oggettivo.

Anche la Procura generale del Palazzaccio, nell’udienza tenutasi lo scorso 17 aprile, ha chiesto al Collegio della prima sezione civile di dichiarare inammissibile il ricorso dell’associazione a difesa dei consumatori e, come del resto avvenuto, di respingere il gravame incidentale presentato dall’istituto di credito.

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