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Banche centrali e risparmiatori parte una nuova corsa all’oro

L’economia mondiale batte in testa, Usa e Cina sono (commercialmente parlando) ai ferri corti, la Brexit — e un po’ l’Italia — fanno traballare la Ue. E i mercati finanziari, come spesso capita quando il barometro punta verso il brutto tempo, riscoprono il più antico dei beni-rifugio: l’oro. L’ennesima resurrezione del metallo giallo (snobbato in questi mesi solo dai dentisti) è iniziata la scorsa estate quando Donald Trump ha mandato in testacoda i listini annunciando le sanzioni contro Pechino. La mossa della Casa Bianca ha avuto un effetto immediato: gli indici di Borsa e gli asset finanziari più rischiosi hanno messo la retromarcia e i grandi investitori mondiali hanno aperto il paracadute spostando un po’ dei loro investimenti sul lingotto.
Carta canta: da agosto i titoli tecnologici Usa hanno perso oltre il 10%, il Bitcoin il 53%, i mercati emergenti più del 3% mentre l’oro — zitto-zitto — è cresciuto del 15% (ieri valeva 1.322 dollari l’oncia).
Performance che gli garantisce una posizione in vetta tra gli investimenti più redditizi degli ultimi mesi malgrado la rimonta dei listini europei che a gennaio (+6%) hanno vissuto il loro miglior mese da tre anni.
Chi ha puntato sull’oro?
L’identikit dei compratori spiega bene perché non ci si trova davanti a un fuoco di paglia: le prime a muoversi in acquisto — con un certo fiuto — sono state alcune grandi banche centrali.
In anticipo su tutte quelle di Russia, Turchia, Kazakhstan e Cina, con ogni probabilità per ridurre la dipendenza delle loro scorte valutarie dal dollaro.
Risultato: in dodici mesi le riserve auree nei forzieri di Fed & C. sono cresciute di 650 tonnellate, un record pari a circa un quinto della materia prima estratta nello stesso periodo dalle miniere mondiali. Persino l’istituto centrale dell’Iraq ha puntellato le proprie finanze comprandone 6 tonnellate.
Il buon esempio dei grandi banchieri e gli scricchiolii di Borse ed economia hanno convinto anche i piccoli risparmiatori a riscoprire il metallo prezioso: nell’ultimo trimestre del 2018 gli Etf che scommettono sul suo corso azionario hanno registrato una raccolta netta di 112 miliardi di dollari, altro carburante che ha spinto e spinge ancora oggi in rialzo le quotazioni.
Chi non ha oro nel portafoglio lo cerca per provare a dribblare i capricci dei mercati. Chi ce l’ha — come la Banca d’Italia, che grazie alle 2.451 tonnellate di metallo giallo nei suoi caveau è il quarto maggior proprietario d’oro del pianeta — se lo tiene stretto. L’ultima prova arriva dal Venezuela dove è bastato l’atterraggio di un misterioso aereo della russa Nordwind Airlines a Caracas per spargere la voce — non confermata — che il governo Maduro fosse pronto a trasferire a Mosca una ventina di tonnellate di lingotti dopo averne già spediti altrettanti un anno fa in Turchia. Voci che hanno spinto Washington a promettere sanzioni immediate a chiunque tratti sui mercati l’oro di Caracas.
L’inverno dorato della più preziosa delle commodities è stato sostenuto anche da una buona domanda industriale. Sul mercato ne sono arrivate nel 2018 4.447 tonnellate, il 75% dalle miniere, il resto da materiale riciclato. Al netto dell’appetito improvviso delle banche centrali, il maggior consumatore è stata ancora una volta la gioielleria che ne ha utilizzate 2 mila tonnellate, in linea con l’anno precedente.
L’industria — specie quella per le componenti elettroniche hi-tech — ne ha assorbite 334. Resta invece negativo (come succede da 14 anni a questa parte) il dato sull’uso odontoiatrico. Il dente d’oro non tira più e anche nel 2018 i volumi di metallo giallo utilizzati dal settore sono calati del 6%.

Ettore Livini

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