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Banche centrali. Politiche diverse, stessi rischi. E troppa dipendenza dai mercati

La divergenza tra Banca centrale europea (Bce) e Federal Reserve c’è ancora, ma per molti versi sta diminuendo. Da un lato l’istituzione guidata da Mario Draghi non esclude di incrementare la portata del suo piano di acquisto di titoli pubblici e privati. Dall’altro, Janet Yellen e la sua squadra sembrano essere indirizzati verso il proseguo della normalizzazione della politica monetaria statunitense. In mezzo, però, ci sono sempre i rischi, politici e geopolitici, che possono minare alla crescita globale. Una cosa è certa: sia per la Bce sia per la Fed il momento della verità verrà a dicembre.

Qui Francoforte

Dopo settimane di gossip sull’eventuale riduzione del Quantitative easing (Qe) da parte della Bce, giovedì scorso è stato fugato ogni dubbio. Draghi ha infatti rinnovato «l’impegno a mantenere una politica ultraespansiva» fino a quando non sarà raggiunto l’obiettivo primario dell’Eurotower, cioè il tasso d’inflazione vicino al 2 per cento. E a chi, nella comunità finanziaria, si è dimostrato preoccupato per l’attuale percorso della Bce, fatto di stimoli e tassi sottozero, l’ex governatore della Banca d’Italia ha ricordato che «i tassi negativi non minacciano il meccanismo di trasmissione della politica monetaria. I tassi negativi funzionano». In pratica, non c’è alcuna urgenza a modificare l’assetto attuale con cui la Bce sta cercando di consolidare la flebile crescita economica nell’eurozona.

Eppure, analizzando le parole di Draghi, emerge come le differenze tra Fed e Bce si stiano assottigliando. Il banchiere centrale italiano ha spiegato che le valutazioni sul Qe saranno discusse nel meeting di dicembre, proprio come nel caso della Fed, che però sta studiando come procedere con la restrizione monetaria. Secondo Michael Metcalfe, responsabile Globale macro strategy di State Street Global Markets, «il conto alla rovescia per la fine del Qe si sta avvicinando». Per Metcalfe «un prolungamento del programma di Qe potrebbe essere ancora possibile nel mese di dicembre ma, in assenza di un rallentamento della crescita o di dati deludenti sull’inflazione, non assume lo stesso significato che gli avevamo attribuito l’estate scorsa». Questo però non vuol dire che la normalizzazione sarà immediata, anzi.

Qui Washington

Sul fronte statunitense, come ha più volte ricordato la Yellen, tutto dipende dai dati. Questo è il mantra della Fed: fino a quando non ci sarà un quadro macroeconomico e microeconomico stabile e capace di dare sicurezza nel medio periodo, non ci sarà il secondo aumento del tasso di riferimento dopo quello del dicembre scorso. Come ha fatto notare pochi giorni fa la banca americana Goldman Sachs, «la stabilità del livello occupazionale e dell’inflazione possono ancora garantire ampi margini per un rialzo dei tassi prima della fine dell’anno». Della stessa opinione è stato William Dudley, presidente della Fed di New York, che la scorsa settimana ha, ancora una volta, lasciato la porta aperta per un incremento del costo del denaro nell’anno in corso.

L’ultimo Beige book, il rapporto periodico dei dodici distretti della Fed, consolida la posizione di Goldman Sachs e Dudley. La ripresa economica americana, al contrario di quella dell’area euro, appare stabile, sia pure modesta. Se così fosse, allora per la Yellen non ci sarebbero più scuse. Anche perché, come Draghi, pure il numero uno della Fed rischia di perdere la credibilità dei mercati finanziari. «Per ora sono stati clementi, anche perché la crescita è tutto sommato disomogenea in diversi distretti, ma se i dati di novembre e dicembre risultassero positivi e non avvenisse il rialzo, allora potrebbero esserci turbolenze», spiega dietro anonimato un economista della Federal Reserve.

Le analogie

Se fino a oggi quindi c’era un solo punto di contatto tra Fed e Bce, cioè l’estrema dipendenza dai dati nella gestione della politica monetaria, ora ce ne sono tre. Il secondo è rappresentato dalle rispettive riunioni di dicembre. Sia Draghi sia Yellen sono consapevoli che uno dei maggiori rischi della politica monetaria non convenzionale è che gli investitori si convincano che questa sia la normalità. Pertanto hanno iniziato entrambi a utilizzare in modo sempre più spinto l’arma della forward guidance, le indicazioni prospettiche, al fine di preparare gli operatori sulle prossime mosse. Come tuttavia fa notare la banca nipponica Nomura, «può rivelarsi una strategia errata». Il motivo è noto.

La terza analogia tra Fed e Bce è infatti che Washington e Francoforte sono diventate, nel corso dell’ultimo anno, sempre più dipendenti dall’umore degli investitori. Se questi vogliono che la Bce continui con il Qe, all’Eurotower non possono ignorare il sentimento dei mercati. E lo stesso accade all’Eccles Building. Ma come ha ricordato Bill Gross, fondatore di Pimco e ora in Janus Capital, «la Fed sta giocando con il fuoco perché ormai è palese a chiunque che le decisioni del Board non sono dipendenti dai dati, ma dai mercati».

Draghi e Yellen si trovano, per la prima volta da anni, nella stessa situazione. Quella di evitare che le rispettive vacanze natalizie si tramutino in qualcosa di indigesto a causa dei mercati finanziari.

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