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Banche centrali sotto accusa

E se le banche centrali, da tutti invocate come scialuppa di salvataggio dei mercati, fossero in realtà la causa dei problemi che stiamo attraversando? Il dubbio comincia a farsi strada tra gli addetti ai lavori (e non più solo tra i complottisti) alla luce delle vicende che hanno caratterizzato gli ultimi mesi e della difficoltà di accelerare la crescita economica nonostante la quantità di moneta messa in circolo.

Rischi crescenti. David Lafferty, chief market strategist di Natixis Global Asset Management, in un report sul tema sostiene che attualmente «forse le banche centrali stanno facendo più male che bene. Le politiche monetarie straordinarie sembrano disconnesse da un mondo che sta crescendo piano, ma è in profonda crisi», sottolinea. «I consumatori e le aziende possono non comprendere le sfumature tecniche dei tassi negativi o dell’helicopter money (dell’immissione di denaro, ndr), ma certamente riconoscono che le politiche estreme possono essere giustificate solo da un outlook disastroso». Questa disconnessione, sostiene Lafferty, non spinge i consumatori ad acquistare e non incoraggia i manager e gli imprenditori a investire. «Dopo otto anni, le politiche che una volta aiutavano la fiducia, la stanno ora minando, diminuendo o addirittura annullando i benefici veri che i bassi tassi avrebbero dovuto generare».

La sua posizione non è isolata. Molti analisti ritengono che la Fed, rinviando l’avvio della stretta monetaria a settembre, abbia perso l’attimo propizio, dato che ora entra nel vivo la campagna per le presidenziali americane di inizio novembre e sul finire dell’anno c’è il rischio che una mossa della banca centrale faro del mondo possa destabilizzare i mercati, anche alla luce dei timori vissuti dalla comunità internazionale per un’eventuale vittoria del «No» al referendum costituzionale italiano del 4 dicembre.

Cosa fare? Axa Investment Managers, dopo aver constatato che l’estate è trascorsa senza particolari sussulti nonostante la Brexit, vede uno scenario complicato da qui in avanti. «Mentre la Fed sembra avviata verso un moderato rialzo dei tassi e la Banca del Giappone verso una stabilizzazione della sua politica accomodante, prevediamo che la Bce a dicembre interverrà solo in modo limitato», sostengono gli analisti francesi. Secondo i quali i mercati presto potrebbero mettere in dubbio la nuova normalità creata dalle banche centrali. «Potremmo assistere momenti di avversione al rischio, tuttavia i mercati potrebbero considerare una vittoria di Trump favorevole per la ripresa economica e per la redditività delle imprese nel breve periodo, sostenendo il dollaro», sottolineano. «Le banche centrali continuano a rappresentare una forza dominante sui mercati, ma con la graduale chiusura delle politiche monetarie accomodanti, la reazione del mercato si farà sempre più volatile». In conclusione da Axa Investment Managers ritengono che sia meglio essere sottopesati in azioni.

Aumentano le diseguaglianze. Massimo Siano, head of Southern Europe di Etf Securities, ha una posizione più drastica. «Dalle nostre analisi emerge chiaramente una correlazione tra l’intervento delle banche centrali e l’incremento della distanza tra ricchi e poveri. Più aumenta la quantità di moneta in circolazione più l’indice Palma della disuguaglianza tende a crescere». L’indice Palma è anche correlato ai voti dei partiti che approfittano di queste divergenze per proporre soluzioni restrittive sull’afflusso di persone e sui dazi doganali. «In Europa l’ascesa di questi partiti potrebbe elevare il tasso di incertezza e instabilità politica», aggiunge Siano. «La quantità di moneta stampata potrebbe quindi avere un effetto distorsivo alle elezioni verso i partiti populisti». Uno scenario di questo genere potrebbe indurre il mercato a investire verso azioni difensive, inflation linked bonds, metalli preziosi e infrastrutture.

Queste classi di attivo potrebbero beneficiare più di ogni altra del mix di politica monetaria espansiva e politica economica», è la conclusione.

In particolare, l’interesse di Siano è verso l’oro, con un target price di 1.510 dollari l’oncia. Mentre resta prudente verso il petrolio per la persistenza di un eccesso di offerta.

Insomma, una delle poche certezze degli ultimi anni, la capacità delle banche centrali di rassicurare i mercati, sta venendo meno. Difficile dire che la colpa sia (tutta o in parte) di chi le guida, ma di certo c’è che ci attende un periodo di forte turbolenza, che merita di essere seguito con attenzione.

Luigi dell’Olio

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