Siete qui: Oggi sulla stampa
Oggi sulla stampa

Banche &Capitali Mancano ancora 7 miliardi

Otto e mezzo, ma Fellini non c’entra. Sono i miliardi di euro necessari, al momento, per tenere le banche italiane al passo sul sentiero che porta alla vigilanza europea, al sistema dell’Unione bancaria che sarà operativo fra dieci mesi. Ottomilacinquecento milioni di euro, più delle metà riconducibili alle banche popolari, dalle grandissime (il Banco) alle più localizzate (Creval). Otto miliardi e mezzo e non sono tutti. Secondo stime riconducibili proprio ai tecnici della Bce e confermate dall’Abi, la cifra complessiva potrebbe avvicinarsi ai 15 miliardi di euro. A tanto infatti ammonta il deficit di capitale al momento attuale. Certo, non arriveranno tutti da aumenti, molto si dovrà fare sul fronte delle cessioni di controllate non strategiche, ma quello è il traguardo. E in un momento come questo, dove al tavolo delle trattative è generalmente il compratore a fare il prezzo, assume sempre più importanza la variabile tempo, chi prima fa, meglio fa. 
Inutili rinvii
Ne sanno qualcosa al Monte dei Paschi di Siena, dove il rinvio dell’operazione da tre miliardi di euro già in rampa di lancio alla fine dello scorso anno rischia di creare non pochi problemi nei mesi prossimi. Tra gli altri la necessità di remunerare il prestito ottenuto dallo Stato italiano al tasso del 9 per cento annuo. Ma, soprattutto, la corsa è nei confronti delle altre banche. Le risorse sono, per definizione in economia, limitate. Così la doppia mossa a sorpresa del Banco Popolare e della Banca Popolare di Vicenza che, nel giro di due settimane, hanno annunciato operazioni per complessivi 2,5 miliardi di euro, testimoniano dell’acutezza di visione e della capacità prospettica di Pier Francesco Saviotti, amministratore delegato del Banco e di Gianni Zonin, presidente della Vicenza.
Doppio passo
Il doppio passo delle due grandi popolari venete, il Banco quotato la Vicenza no, hanno scosso il mercato e spiazzato gli altri istituti. Sollecitata dalla Banca d’Italia e probabilmente presa in contropiede dalle mosse delle concorrenti, dopo qualche settimana di tira e molla, si è mossa anche la Carige. Fosse dipeso solo dall’amministratore delegato Piero Montani (stessa scuola di Saviotti), l’aumento sarebbe già divenuto operativo. Solo che a Genova devono mediare l’esigenza di una rapida ricapitalizzazione con i timori del principale azionista, la Fondazione Carige (46,6 per cento del capitale) che, al momento, ha difficoltà di cassa e non riuscirebbe a rispondere pro quota alla chiamata della controllata. Così la Fondazione – che con la presidenza Repetto riuscì a imporre l’aumento di capitale, necessario già un anno fa, solo come parte residuale di un più complesso piano di vendita di asset non core – chiede di vendere, dopo la Sgr da cui si son ricavati cento milioni di euro, anche le due compagnie di assicurazione del gruppo per avvicinarsi il più possibile agli 800 milioni necessari. Solo che i compratori sono pochi e la cessione richiede tempi che si stanno prolungando. Così il presidente Castelbarco Albani ha dato il via alle danze, portando alla costituzione del consorzio di pre-underwriting che dovrà garantire l’aumento, con Mediobanca capofila. Così la palla ritorna alla Fondazione, il cui consiglio si riunirà quest’oggi. Davanti a tutti una scadenza: Bankitalia suggerisce di far partire il rafforzamento entro il 31 marzo. E uno spettro: le analogie tra Genova e Siena.
Indipendenze
In attesa di decisioni è anche Veneto Banca, che probabilmente scioglierà la riserva durante il consiglio di amministrazione della prossima settimana. L’istituto di Montebelluna persegue una strategia stand alone , ma la recente severa verifica degli ispettori della Banca d’Italia ha suggerito una strada diversa: integrazione con altri istituti, rafforzamento patrimoniale, maggiore attenzione nei controlli interni. Sull’identità del possibile partner si sono espressi in molti, anche il presidente della Regione Veneto, Luca Zaia, tra i primi a dirsi favorevole a una possibile unione tra la Veneto e Popolare di Vicenza. Ma le ipotesi sono molte, il tempo poco. Soprattutto per realizzare il rafforzamento patrimoniale, dato che sta per partire l’Asset quality review della Bce. Le possibilità alla Veneto non mancano: conversione di un bond da 350 milioni di euro, cessione della controllata Banca Intermobiliare, aumento di capitale. Manca solo la decisione. Arriverà nei prossimi giorni. Le altre banche non sembrano dover far fronte a situazioni tanto urgenti. Ma l’insieme del sistema deve dimagrire, tagliare costi (non solo del personale), vendere partecipazioni (come ha fatto Mediobanca, la cui ultima trimestrale ne ha immediatamente beneficiato) e concentrarsi sui ricavi. Una partita da 7 miliardi di euro. Tanti ne mancano per arrivar e a quota 15.
Print Friendly

Condividi su

Potrebbe interessarti anche
Oggi sulla stampa

Un voluminoso dossier, quasi 100 pagine, per l’offerta sull’88% di Aspi. Il documento verrà ana...

Oggi sulla stampa

Oggi sulla stampa

La ripresa dell’economia americana è così vigorosa che resuscita una paura quasi dimenticata: l...

Oggi sulla stampa

Oggi sulla stampa

Ancora prima che l’offerta di Cdp e dei fondi per l’88% di Autostrade per l’Italia arrivi sul ...

Oggi sulla stampa