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Banche big d’Europa, sogno italiano

Le controllate estere del gruppo Unicredit hanno prodotto in Europa profitti prima delle tasse per 5.338 milioni di dollari. Nessun altro gruppo ha fatto lo stesso. Hsbc, basata a Londra e prima banca del Vecchio continente, ha ottenuto 11.766 milioni dalla sua controllata a Hong Kong, pressoché zero dalle attività nell’Europa continentale. Il Santander, che fuori dalla Spagna ha realizzato profitti per 11.047 milioni, ne ha tratti solo 1.949 dalle sue attività britanniche, mentre tutto il resto arriva da oltre oceano: Brasile (4.752), Usa (2.166), Messico (1.177) e Cile (1.003). Il Bbva realizza lontano da Bilbao quasi 3 miliardi di dollari di profitti, ma per la quasi totalità in Messico (2.207) e in Venezuela (747).
Dunque, al di là della sbandierata presenza in 22 Paesi, è la sostanza dei conti e dei profitti che giustifica la presenza internazionale del gruppo di Piazza Cordusio, che trae profitti in Germania con Hypovereinsbank (2.089 milioni), in Turchia con Ykb (1.540), in Polonia con Pekao (1.051) e a Vienna con Bank Austria (658). Tra le grandi economie d’Europa nessuno è presente come il gruppo di Federico Ghizzoni. Gli spagnoli hanno presenze significative all’estero solo dall’altra parte del mondo e nei mutui britannici, dopo l’acquisizione del 2004 di Abbey National da parte del Santander. I francesi lontano da Parigi non hanno attività importanti in Europa se si esclude proprio il territorio italiano, dove tra Bnp Paribas e Crédit Agricole controllano la Banca nazionale del Lavoro, Cariparma, Friuladria e CariSpezia. Deutsche Bank ha una ben avviata attività in Italia, ma ben poco nel resto d’Europa e il governo di Berlino è preoccupato soprattutto dal difendere le landesbank, le Casse regionali, dal controllo della Bce. Certo, a Unicredit manca una presenza in Gran Bretagna, dove hanno sede sei delle prime venti banche continentali, ma ugualmente Piazza Cordusio si muove da protagonista sullo scacchiere continentale.
Convergenze
È per questo forse che l’idea di una fusione con Intesa Sanpaolo, dopo l’ipotetico scorporo delle attività italiane di Unicredit, ha accesso la fantasia in Borsa. Il gruppo guidato da Enrico Tomaso Cucchiani è leader in Italia. Nessun altro, neppure Unicredit che pure è prodotto di una matrice simile, ha saputo conservare l’eredità territoriale di quello che fu il mondo delle Casse di risparmio. Dallo slogan «La banca per il Paese», alla divisione Banca dei Territori, Intesa Sanpaolo è riuscita a incarnare le varie anime del credito nazionale, dal Banco di Napoli alle grandi realtà di Torino e Milano, del Veneto, dell’Emilia e della Toscana. Ma in una realtà liquida come l’attuale — e al centro di una crisi che prospetta incerte vie d’uscita — è possibile praticare l’esercizio teorico dell’aggregazione tra Intesa e Unicredit?
Le depresse quotazioni di Borsa — entrambi i gruppi capitalizzano poco più di venti miliardi di euro — sono un forte stimolo alla realizzazione di un’analisi di fattibilità. La media delle capitalizzazioni delle prime venti banche d’Europa, strappata verso l’alto dal valore di Borsa di Hsbc, è di circa 35 miliardi, quasi il doppio del valore di Unicredit e Intesa Sanpaolo. Ma da sola può bastare?
Interessi nazionali
Il richiamo alla difesa degli interessi nazionali nel credito — pur con l’ex consigliere delegato di Intesa Sanpaolo Corrado Passera in un ruolo chiave nell’attuale governo — è per l’Italia un valore su cui riflettere? Di certo, al momento, la posizione delle fondazioni che controllano il 25 per cento del capitale di Intesa Sanpaolo e il 15 per cento di Unicredit sono per certi versi non allineabili e si intravedono potenziali contrasti con la visione armonica richiesta all’operazione. Prima di tutto perché le fondazioni sono soggetti autonomi di diritto privato. Poi, perché la vicenda del riscatto dell’investimento nella Cassa Depositi e Prestiti sta già provocando più di qualche mal di pancia; infine perché un’ulteriore diluizione nel capitale comprometterebbe i difficili equilibri sul fronte della governance interna delle fondazioni, per non dire di ciò che accadrebbe all’interno delle banche: ricordate la dicotomia Milano-Torino in Intesa Sanpaolo? E le partite a scacchi tra le fondazioni e l’allora amministratore delegato Alessandro Profumo in Unicredit? Al momento, dunque, fantafinanza nel segno di un improbabile ritorno al centralismo dirigista.
Tendenze
I tempi non sembrano adeguati per l’abbandono delle strade che conducono al mercato. Altrove non se ne parla. Quando ci fu concreto bisogno, il governo italiano destinò circa l’1,3 per cento del Pil al sostegno del sistema bancario. Un intervento oggi quasi interamente concentrato sul Monte dei Paschi di Siena. Una scelta precisa e in contrasto con la tendenza comune. La media Ue fu del 36,7 per cento, con punte del 370% in Irlanda, del 256% in Danimarca, del 53% in Olanda, del 50% in Gran Bretagna, del 25 per cento in Germania e del 18 per cento in Francia…
Il nodo dei crediti
Resta centrale, invece, nel dibattito bancario il recupero della redditività e la qualità del credito. In Italia le sofferenze ammontano a 116 miliardi di euro: verranno mai restituiti quei soldi? E in che misura? Quanto alle strategie globali, fa riflettere uno studio di The banker nel quale si evidenzia come, nei cinque anni trascorsi tra il 2007 e il 2012, l’Europa non sia più il centro dei profitti per il mondo bancario. Nel Vecchio continente maturava circa il 45 per cento dei profitti totali nel 2007, siamo a circa il 5 per cento oggi, quando il 55 per cento viene invece generato nell’area Asia-Pacifico (era al 15%). Quale sarà la situazione fra 5 anni?
Peraltro anche gli altri grandi gruppi europei non sembrano avere illuminanti strategie da esportare. Dopo la squallida vicenda legata agli imbrogli sul tasso Libor, che ha gettato una pesante ombra sulla credibilità della City londinese, Barclays — che non ne aveva bisogno — rischia una multa da 435 milioni di dollari per manipolazione dei mercati dell’energia elettrica negli Usa. La grande Ubs, per anni faro del banking svizzero, guidata oggi dall’ex Unicredit Sergio Ermotti, è stata truffata da un suo trader, Kweku Adoboli, per 2,3 miliardi di dollari e ha ritrovato smalto in Borsa solo annunciando il taglio di 10 mila dipendenti. E il Santander, alle prese con la grande crisi domestica, in Italia licenzia 20 dipendenti della sua consumer bank… Il governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco, ancora la scorsa settimana ha invitato i banchieri a tagliare compensi (prima di tutto i propri) e dividendi. La bufera non è ancora passata, si sono solo calmate le onde.

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