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Banche, avanti le prossime

 

Ci sono voluti ventuno mesi, una legge, il volontario passo indietro di uno dei due amministratori delegati coinvolti e le forti pressioni dei regolatori italiani ed europei per arrivare alla prima fusione dell’era moderna del credito in Italia. Dieci anni dopo la stagione che portò alla creazione di Intesa Sanpaolo e di Unicredit sta per nascere BancoBpm, sarà la terza banca italiana e nel 2019 produrrà, secondo le stime dei diretti interessati, utili netti per 1,1 miliardi di euro. Giuseppe Castagna, consigliere delegato della Banca Popolare di Milano e prossimamente del nuovo gruppo, ha vinto la sua grande scommessa. Messo alla guida di una banca che Piero Luigi Montani salvò dal naufragio sicuro e imminente, Castagna ha completato l’opera di risanamento, consolidato il capitale, fatto profitti ed elevato a potenza la centralità del suo istituto che, più piccolo, ha dettato le regole di ingaggio nella partita con il Banco Popolare, dando attualità al contenuto del vecchio articolo quinto, spesso citato da Enrico Cuccia: chi ha i soldi ha vinto.

Successo parziale

Se però l’ammodernamento di un sistema creditizio si risolvesse in una unica operazione, per quanto importante e strategica, ci sarebbe qualcosa che non va. Lecito dunque aspettarsi qualcosa di più e di diverso. Se 700 banche erano troppe per un paese come l’Italia, non è che 699 siano un numero adeguato. Quindi è lecito chiedersi: a chi tocca adesso?

È questa la domanda che tutti si pongono e alla quale solo uno ha fin qui risposto: «Al netto della cessione delle quattro good bank , non penso ci saranno altre operazioni di aggregazione per i prossimi sei mesi», ha sottolineato un osservatore. I consigli di amministrazione di alcune delle potenziali protagoniste saranno infatti impegnati, nelle prossime settimane, a gestire la trasformazione in società per azioni della loro struttura sociale cooperativa. Per la Popolare di Bari e quella di Sondrio, per il Credito Valtellinese e la Popolare dell’Emilia-Romagna l’obiettivo è uno solo, evitare di farsi ritirare la licenza bancaria facendosi trovare il 27 dicembre in difetto rispetto alla legge di riforma del settore del credito cooperativo, entrata in vigore nel marzo 2015.

Arrivati a quel punto sarà tempo di gestire la chiusura dei conti del 2016 e solo allora, secondo la comune tendenza, si potrà guardare a operazioni di consolidamento del sistema, alle quali peraltro tutti si avvicinano con insofferenza. La spinta del legislatore non è stata sufficiente. Potrebbero esserlo i vincoli più serrati che i regolatori europei stanno approntando sulla dotazione di capitale. Un ruolo potrebbe essere giocato anche dalla interpretazione dei conti: il vecchio modello industriale non si regge più, oggi vince la banca snella, tecnologica, interconnessa. E in più c’è un evidente problema con il personale: troppo numeroso, poco specializzato. Andiamo con ordine.

Creazione di valoreVictor Massiah ha portato Ubi a un passo dall’acquisizione di Banca delle Marche, Popolare dell’Etruria e CariChieti. Si è fermato non sul prezzo, simbolico, ma sulle richieste di capitale aggiuntivo da parte dei regulator europei e, soprattutto, sulla validazione dei modelli interni di valutazione del rischio-cliente che nelle tre banche acquisibili non sono confrontabili con i track record presenti in Ubi. Al motto «facciamo operazioni solo se creano valore» – incontestabile in un’economia di mercato – Massiah ha tirato il freno a mano e ora attende. Roberto Nicastro, presidente degli istituti da cedere – CariFerrara completa l’offerta, ma a causa del carico di personale risulta la meno attraente – è impegnato in una certosina opera di mediazione. Al momento a perdere è il sistema, che ha impegnato capitale nel salvataggio e che non vede la maniera per rientrare; oltre alle stesse banche, che – nonostante l’impegno di chi vi lavora – da quasi un anno sono figlie di nessuno, dopo essere state spolpate da gestioni dissennate.

Il Monte dei Paschi è sugli scudi di Borsa. Il rientro in scena di Corrado Passera e dei fondi che sembrano interessati alla sua prospettiva di business hanno portato le azioni della banca senese a passare, in una settimana, da 16 a 26 centesimi di euro, con rilevanti quote del capitale passate di mano. Se Siena torna appetibile – dopo che Fabrizio Viola l’ha riportata a fare utili – il nodo più stretto del sistema creditizio italiano va a sciogliersi con benefici per tutti. Tanto che potrebbe anche tornare a galla un vecchio progetto che potrebbe unire a un Montepaschi pulito dalle sofferenze un’Ubi desiderosa di continuare a giocare da protagonista sulla scena nazionale. Prima di arrivare a tanto è però necessario passare attraverso l’aumento di capitale e un piano industriale che l’amministratore delegato Morelli presenterà ai consiglieri oggi a Milano.

Le altre? Creval cerca partner. Lo fa da tempo e potrebbe, dopo la trasformazione in società per azioni, incrociare il proprio destino con la Popolare dell’Emilia-Romagna. L’ipotesi è ricorrente e alimentata ciclicamente da indiscrezioni, come un fiume carsico. Ma i tempi non sono strettissimi. Si arriverà perlomeno a primavera. Con i conti del 2016 alla mano e una nuova veste sociale per entrambe, che potrebbe anche sciogliere qualche residuale resistenza al confronto con una realtà mutata.

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