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Banche e assicurazioni spingono le Borse

Banche e assicurazioni guidano i listini europei in una nuova giornata al rialzo. La Borsa milanese ha chiuso con una progressione del 2,02%: l’indice Ftse Mib si è portato a ridosso dei 17mila, sui massimi da un mese, sovraperformando le Borse europee (+1,26%).
Il sottoindice del credito è salito del 2,5%, documentando il rialzo corale dei titoli finanziari che stanno beneficiando delle previsioni di un aumento dei tassi americani a dicembre (al momento i mercati scontano questa possibilità al 65%), stimolato anche da un ritorno dell’inflazione.
Dagli Stati Uniti ieri è infatti arrivato il dato sull’inflazione che a settembre ha segnato un aumento dello 0,3% su base mensile e dell’1,5% su base annua. Una soglia sempre più vicina al «leggermente inferiore al 2%», che è il target delle principali banche centrali, Federal Reserve compresa.
L’ipotesi di un rialzo dei tassi è lontana al momento anni luce nell’Eurozona – la Bce al momento sta adottando il piano di quantitative easing che prevede l’acquisto mensile di titoli pubblici e privati per un controvalore di 80 miliardi – ma è chiaro che se la Fed dovesse intraprendere con più convinzione un percorso di strette, queste poi potrebbero avere nel medio-periodo un effetto contagio anche nell’Eurozona. E soprattutto il mercato sta puntando in questa fase su un progressivo calo degli acquisti di bond da parte della Bce (il cosiddetto tapering). Almeno è quello in cui spera il comparto finanziario, tramortito negli ultimi anni dai tassi bassi – che incidono negativamente sui margini dell’attività tradizionale – e dalla normativa sul bail-in. La normativa, entrata in vigore in Europa a inizio anno, prevede che in caso di fallimento saranno prima gli azionisti, poi gli obbligazionisti subordinati e poi eventualmente i correntisti per somme eccedenti i 100mila euro a risponderne.
Se negli Usa l’inflazione sta salendo per una crescita corale dell’economia – seppur al prezzo di un sempre maggiore divario nella redistribuzione della ricchezza tra ricchi e poveri, e questo sembra il baco dell’attuale modello di sviluppo economico – in Gran Bretagna invece l’inflazione sta risalendo soprattutto per effetto della svalutazione della sterlina che dalla Brexit, e quindi dal 23 giugno, ha perso il 15% nei confronti dell’euro. A settembre l’indice dei prezzi al consumo è salito dello 0,2% su base mensile e dell’1% su base annua segnando il top da due anni. Il dato è arrivato all’indomani di quello sull’Eurozona, dove a settembre l’inflazione si è attestata allo 0,4% su base annua, come non accadeva dall’ottobre 2014. Non a caso continua a crescere l’indice che misura le aspettative dei mercati sull’inflazione fra 5 anni per i prossimi 5 anni: ieri è risalito all’1,42% (un mese fa era all’1,26%). Sommando quindi queste indicazioni i mercati finanziari – che hanno l’occhio lungo e si muovono con un anticipo sui tempi di circa 8 mesi – sono tornati ad acquistare i titoli bancari, tramortiti da inizio anno tanto in Italia (-51%) quanto in Europa (-35%). Ieri a Piazza Affari ha brillato Banca Mps (+12,8%). Gli investitori guardano con favore al nuovo piano presentato da Corrado Passera che, a differenza di quello di Jp Morgan che prevede un aumento di capitale da 5 miliardi, ridurrebbe a circa 1 miliardo la raccolta sul mercato. A Wall Street le trimestrali stanno andando bene. Gli utili di Goldman Sachs nel terzo quarto sono balzati del 47% grazie alle performance del trading sui bond che da soli hanno valso oltre 2 miliardi. Yahoo! meglio per gli utili non per i ricavi. Sul mercato dei titoli di Stato la giornata di ieri ha segnato un assestamento dopo gli ultimi cali dei prezzi e rialzi dei rendimenti, proprio a testimoniare del cambio di direzione e umore degli investitori sulla parole chiave inflazione e tassi.
Lo spread BTp-Bund ha chiuso stabile attorno a 140 punti con il rendimento del decennale italiano all’1,38% e il Bund che viaggia, seppur per quattro centesimi, in territorio positivo. Anche le valute fotografano questo clima. L’euro oscilla poco sotto 1,10 dollari con la Fed impegnata a calibrare le prossime mosse affinché le aspettative sulle prossime strette non creino un’eccessiva pressione rialzista sul dollaro. Pressione che porterebbe a rinnovate tensioni sui Paesi emergenti, fortemente indebitati in dollari in questi ultimi anni di sbornia dei tassi bassi.

Vito Lops

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