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Banche ancora sotto pressione

di Luca Davi

I benefici effetti dell'accordo sul salvataggio della Grecia sembrano essere già svaniti, sui mercati mondiali. Poca, del resto, la voglia di credere che i rischi sul debito sovrano in Eurozona siano davvero estirpati del tutto. Così, come preannunciato da una seduta, quella di venerdì scorso, iniziata tra gli entusiasmi e terminata tra lo scetticismo, le borse europee hanno chiuso in territorio negativo. A salvarsi dai ribassi è solo Francoforte, con l'indice Dax in rialzo dello 0,26%. Affossate da una pesante calo dei titoli bancari, chiudono in perdita Milano, con l'Ftse Mib che lascia sul terreno il 2,48%; l'Ftse 100 di Londra, che cede lo 0,16%; il Cac 40 di Parigi, giù dello 0,77% e l'Ibex di Madrid che perde l'1,75%. A Wall Street, l'S&P 500 e il Nasdaq segnano entrambi un calo dello 0,56%. Due flessioni così contenute, queste ultime, che dimostrano come in fondo i mercati non mettano neppure in conto un possibile default – seppur temporaneo – degli Stati Uniti. «Nessuno crede a un'ipotesi simile, troveranno senza dubbio un accordo in settimana», spiega un operatore di una grande sala operativa milanese.

E ancora meno significativo, se possibile, è stato l'impatto della decisione di Moody's, che attorno alle 7 della mattina, con un doppio downgrade, ha portato il rating ellenico a un soffio dal default. Basti pensare che l'euro, se si esclude un indebolimento risibile (-0,28%, a 1,4344 euro sul dollaro) registrato a ridosso dell'annuncio, si è immediatamente ripreso fino addirittura a rafforzarsi contro il biglietto verde.

Gli acquisti difensivi, guidati dalla crescente avversione al rischio, non sono certo mancati. Non si spiegherebbe altrimenti l'ennesimo balzo in alto dell'oro che ha raggiornato il record di 1.613,5 dollari l'oncia al fixing pomeridiano di Londra, contro i 1.618 dollari del fixing mattutino.

Ma che cosa ha guidato allora al ribasso ieri i listini? Ancora una volta sono state le vendite sulle banche ad affondare i listini del Vecchio continente. Lo Stoxx bancario europeo ha ceduto a fine giornata il 4,26%. Tutti i titoli europei sono stati puniti: a Milano Intesa Sanpaolo ha perso l'8,3%, UniCredit il 7%, Banco Popolare l'8%. Ma ad arretrare pesantemente sono state anche le altre banche europee. Dexia ha perso più dell'8 per cento, Société Générale il 4,7%, Credit Agricole il 5,5%.

Il tradizionale maggior peso relativo del comparto finanziario sul listino ha punito maggiormente l'indice italiano rispetto alle altre Borse. Ma il sell-off è stato senza eccezioni. Con il conseguente balzo in avanti dei relativi credit default swap, i contratti derivati che proteggono gli investitori dal rischio di fallimento. Non solo: le vendite sui bancari hanno anticipato lungo tutta la seduta anche il movimento degli spread dei titoli di Stato rispetto ai Bund tedeschi, il cui trend fino ad oggi aveva invece mantenuto un'ottima capacità predittiva rispetto all'azionario.

Le vendite sui bancari

Le ragioni delle vendite sui bancari, tuttavia, vanno ricercate altrove. Secondo alcuni operatori, la ragione di fondo è da ricondurre alla giornata fortemente illiquida sul fronte dei titoli obbligazionari bancari e degli stessi titoli di Stato. Un fenomeno che in verità si trascina da giorni. I grandi soggetti istituzionali che vogliono vendere grandi quantità di bond bancari o titoli di Stato oggi non trovano una domanda sufficiente. Oppure, se la trovano, devono tollerare prezzi molto più bassi di quelli desiderati. Prosciugato il canale obbligazionario, agli investitori non rimane che buttarsi sull'azionario, molto più liquido, e vendere in massa i titoli della banca stessa. «È una mossa difensiva, di copertura, ma utilizzata con frequenza in questi casi», spiega Fausto Artoni, gestore azionario di Azimut Sgr. Le banche pagano insomma il fatto di essere la "proxy" più vicina al mercato del debito, visto che i loro portafogli sono zeppi di titoli obbligazionari. E quando, come ieri, lo spread tra titoli di Stato italiani e Bund tedeschi aumenta – ieri è balzato oltre i 290 punti, a conferma dell'aumento della percezione del rischio sul nostro paese – a farne le spese sono proprio le banche, i maggiori detentori di debito governativo.

 

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