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Banche ancora in caduta a Piazza Affari

Il tanto atteso accordo con la Ue sulla gestione dei crediti deteriorati riceve un’accoglienza piuttosto fredda dai mercati. Le azioni delle banche italiane, che dall’inizio dell’anno hanno perso circa 21 miliardi di euro di capitalizzazione, ieri sono state nuovamente bersaglio dei ribassisti. In una giornata generalmente positiva per le Borse europee (l’indice Stoxx 600 ha chiuso in rialzo dello 0,31%) Piazza Affari ha avuto un andamento in controtendenza registrando, a fine seduta, un calo dello 0,40 per cento. Una performance condizionata, ancora una volta, dai rovesci che hanno interessato la componente bancaria (l’indice Ftse Italia Banche ha perso il 2%) il cui peso è preponderante sul listino.
Le vendite non hanno risparmiato nessuno: se le azioni del Banco Popolare hanno ceduto il 7,63% e quelle di Bper il 4,58% hanno guidato le perdite, ribassi significativi hanno accusato anche Ubi (-3,23%) e Unicredit (-3,04%), mentre Intesa Sanpaolo è riuscita a limitare il passivo allo 0,97 per cento. Alla base dello scetticismo del mercato restano ovviamente i dubbi sulla gestione delle sofferenze: gli investitori si chiedono in che modo gli istituti di credito potranno liberarsi dei 200 miliardi di crediti «malati» che gravano sui bilanci e soprattutto quanto potranno ricavare da un’operazione simile.
Il salvataggio orchestrato dal Governo delle quattro banche regionali (Etruria, Marche, Carichieti e Cariferrara) pone un precedente chiave: la valorizzazione delle sofferenze bancarie al 17,5% del loro valore nominale. Un numero che fa paura, visto che in media il settore ha iscritto a bilancio gli Npl al 40% del loro valore e una cessione a simili prezzi implicherebbe nuove pesanti svalutazioni.
Difficile dire se si possa ottenere di più grazie alla «bad bank» frutto del compromesso con l’Ue. C’è chi ne è convinto, come gli analisti di Equita Sim secondo i quali, grazie alla garanzia dello Stato, le banche possono sperare di recuperare dalla cessione fino al 28% del valore nominale del credito in sofferenza. E chi invece è decisamente più scettico, come Domenico Rizzuto di Dr Finance Consulting, che giudica l’accordo come un proverbiale topolino partorito dalla montagna: «Quale è il vantaggio – si chiede il gestore – se il prezzo della garanzia pubblica sulla cessione dei crediti deve essere ai livelli di mercato? Tanto valeva ricorrere allora ai tanti soggetti privati che operano in questo campo. Temo che il settore farà molta fatica a sgravarsi delle sofferenze senza una nuova tornata di aumenti di capitale, il mercato ne è cosciente e per questo vende le azioni delle banche italiane».
Piazza Affari a parte, in Europa la giornata di ieri si è giocata tutta sull’attesa per il comunicato della Federal Reserve (giunto poi in serata) e ovviamente anche sulle oscillazioni del petrolio. Proprio una ripresa del prezzo del greggio nel corso del pomeriggio, legato ai dati sulle scorte settimanali rilasciate dall’Energy Information Administration e anche a nuove indiscrezioni su possibili tagli alla produzione da parte di Arabia Saudita e Russia, ha permesso ai listini continentali di raddrizzare la seduta: Francoforte ha chiuso a +0,59%, Madrid a +0,56% e Parigi a +0,54 per cento.
Insomma, un faticoso tentativo di «normalizzazione» per le Borse dopo le bufere di inizio 2016. Una normalizzazione della quale invece non ha certo bisogno il mercato dei titoli di Stato, condizionato com’è dai riacquisti della Bce. Poco significativi ieri i movimenti sulle scadenze medio lunghe (con il rendimento del BTp decennale all’1,50% e lo spread con la Germania a 106 punti base), mentre i tassi a breve restano vicini ai minimi storici anticipando nuove misure espansive da parte dell’Eurotower nella riunione di marzo.
In un contesto del genere non ha quindi destato scalpore un nuovo calo dei rendimenti lordi dei BoT a 6 mesi in asta: il Tesoro ne ha collocati 6,5 miliardi a -0,08% (-0,038% nell’ultima operazione simile), raccogliendo richieste per oltre 10,7 miliardi (cioè 1,65 volte l’ammontare emesso). Oggi si replica con BTp a 5 e 10 anni e CcT per un valore nominale massimo di 7 miliardi, ma il buon esito non appare in discussione visto che nei prossimi giorni gli investitori incasseranno dallo stesso Tesoro cedole a sufficienza per coprire l’intera emissione.
Nota conclusiva per Wall Street, che ha reagito in modo negativo al comunicato con cui la Fed di fatto lascia la porta aperta a una nuova stretta sui tassi Usa nel prossimo incontro di marzo e gli indici azionari hanno rallentato visibilmente il passo (da segnalare anche lo scivolone di Apple dopo la trimestrale). Il tutto mentre il rendimento del decennale Usa scivolava di nuovo verso la soglia del 2% e l’euro riavvicinava quota 1,09 dollari: la danza delle Banche centrali è solo all’inizio.

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