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Banche, è alta tensione il governo studia l’ipotesi di una fusione per Mps

Nuove ricapitalizzazioni bancarie? Non subito, non statali, non singole, ma legate a schemi di fusione tra istituti di seconda fila.
In modo da unire le necessità imposte oggi dal caro spread con quelle operative e strategiche. Il primo a parlare, di ricapitalizzazioni, martedì, è stato Giancarlo Giorgetti, tra i più esperti nel governo sulle banche.
«E’ evidente che se lo spread veleggia verso 400 gli attivi bancari vanno in sofferenza ed è necessario ricapitalizzare», ha detto il sottosegretario alla presidenza del Consiglio. Forse dava la linea, perché mercoledì il ministro del Tesoro Giovanni Tria ha ammesso: «Questo livello di spread non possiamo mantenerlo a lungo: pone un problema per la parte più debole del sistema bancario». Ieri poi i due soci forti del governo: «Se qualche banca ha bisogno noi ci siamo, senza fare gli interventi del passato», ha detto Matteo Salvini nella Verona leghista. E Luigi Di Maio, via radio: «La ricapitalizzazione delle banche può avvenire in tanti modi. Siamo molto attenti e vigili e abbiamo contatti diretti ogni giorno con i vari manager».
Un crescendo da grande orchestra, ma che tra «vari manager» bancari trova opposte interpretazioni. La prima, benigna, conferma che dopo mesi trascorsi ad attizzare il fuoco, il governo ha capito che azzoppare gli istituti di un paese tra i più dipendenti dal sistema del credito frenerà l’economia e l’occupazione. Più spread e più tasse significa meno capitale per le banche, meno utili e più costi di raccolta al settore, quindi meno credito alle imprese e più lenta rimozione dei vecchi prestiti deteriorati. Uno scenario di smottamento, che se continua produrrà tra mesi carenze patrimoniali per i più fragili: a questi livelli iniziano a tremare Carige, Mps, Popolare di Bari, nelle retrovie si scaldano Banco Bpm, Bper, Ubi.
L’altra lettura, malevola, ricalca la logica del tanto peggio tanto meglio: il politico che affianca la parola “aumento” al termine “banche”, più ancora ponendo una soglia (lo spread a 400 citato da Giorgetti), invita a nozze gli speculatori. «Chi vuole vendere banche allo scoperto aggancia posizioni “corte” alla soglia – si sfoga un gestore – chi vorrebbe comprarle attende che i prezzi scendano fino alla corrispondenza». Così, pensano i più diffidenti, il governo inginocchia lo storico nemico bancario.

La fragilità delle banche
Al di là delle interpretazioni c’è il fatto che in sei mesi Piazza Affari ha portato via 40 miliardi di capitalizzazione dal settore, con vendite appassionate o acquisti sospesi (poco fa il rimbalzo di ieri dovuto ai rimbrotti incoraggianti di Mario Draghi). Gli operatori hanno iniziato prima dei politici a prezzare lo scenario “aumenti di capitale”: già l’8 ottobre il Credit Suisse scriveva: «Uno spread sovrano superiore a 400 non è sostenibile per le banche italiane e farà scattare gli aumenti». Tanta perentorietà – benché sia evidente che se sale il rischio Stato si deprezzano i 364 miliardi di Btp in mano alle banche – già fece discutere. Sia perché non c’è una soglia buona per tutti, sia perché serve tempo per trasmettere i costi dello spread. Fino a oggi il calo dei Btp ha limato di oltre 4 miliardi il patrimonio delle banche italiane, pari a oltre 50 punti base di indice Cet1, che così si avvicina ai minimi indicati ogni anno dalla vigilanza Bce a ogni banca, i cosiddetti “Srep”. Uno studio di Equita Sim, ponendo la soglia di attenzione per i Cet1 bancari all’11% degli attivi di rischio, ha notato che Carige è già sotto lo Srep di 35 punti, Mps è sopra di 35, Banco Bpm ha un’eccedenza dell’1% che «la espone di più alla volatilità dei mercati». Anche perché – qui il circolo si chiude – proprio l’ex popolare di Milano e Verona ha in agenda cessioni di sofferenze che il rischio Italia rende meno attraenti: se nel 2017 il sistema si liberò di 70 miliardi di cattivi crediti, gli altri 70 miliardi di vendite annunciati nel 2018 finora sono meno della metà. Con questo fardello e una congiuntura che rallenta, i banchieri frenano i nuovi impieghi: per l’analista di LcMacro Lorenzo Codogno «nei numeri una stretta creditizia è già iniziata», e lo teme anche Erik Nielsen, capo economista di Unicredit.

L’ipotesi fusioni
Per i crediti nuovi e per ripulire i vecchi, insomma, servirà nuovo capitale: quello in cascina lo consumano i ribassi dei Btp.
Tuttavia, malgrado gli ammiccamenti di Tria e Di Maio sui modi per aumentarlo, gli specialisti non si illudono.
Ricapitalizzazioni di Stato sono improbabili: perché lo Stato non ha soldi e perché, nella loro impopolarità, implicano un ok di Bruxelles arduo da ottenere, specie se prima non hanno pagato pegno i soci privati delle banche, come chiede la norma sul “bail in”. Le emissioni di obbligazioni bancarie sono sospese da maggio (con l’eccezione di un bond estivo di Intesa Sanpaolo a tassi esosi): difatti Mps proverà a chiedere tempo alla Commissione Ue per un prestito subordinato che ha in calendario quest’anno, mentre Carige affida ai soci forti l’acquisto del bond che dovrà emettere. C’è però una strada su cui Tesoro, banchieri e consulenti convergono speranzosi: è quella degli aumenti sul mercato con fusioni annesse. Un sistema già sfruttato e che potrebbe togliere d’impaccio qualche operatore creando anche gruppi più grandi e resistenti. Proprio di questo avrebbero iniziato a parlare i leader del governo nel summit del 17 ottobre. Diluire il 68% statale di Mps dentro una banca scelta a partire da Ubi, Bper, Banco Bpm potrebbe far nascere il terzo gruppo italiano, nel rispetto dell’impegno di riprivatizzare il Monte nel 2021 preso dal governo Gentiloni con l’Ue. Stefano Rangone, manager Mediobanca attivo nelle grandi operazioni bancarie, è convinto: «Per il 2018 ormai prevale l’atteggiamento di estrema cautela, ma credo che nel 2019, salvo altri deterioramenti del quadro geopolitico, davanti a progetti seri e credibili e in prospettiva di possibili fusioni, il mercato si potrà mostrare ricettivo, come in passato».

Andrea Greco

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