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Banche, allarme del Parlamento Ue

ROMA.
Se anche l’Unione bancaria prevista per il 2023 fosse già completa, in caso di nuova crisi sarebbero ancora necessari salvataggi pubblici delle banche, finanziati con le tasse dei contribuenti. E il prezzo sarebbe comparabile a quello pagato nella crisi 2007-2009. Una conclusione spiazzante questa, formulata non da qualche gufo di passaggio, ma dal Parlamento europeo in un documento di lavoro dal titolo emblematico,
Il costo della non- Europa.
Secondo i ricercatori, senza una riforma robusta il buco nei conti dell’eurozona determinato da uno shock finanziario di media portata si stima pari a un trilione di euro, dunque mille miliardi di minore crescita, equivalenti a un tracollo del Pil superiore ai nove punti (-9,4%). Una voragine accompagnata dalla perdita di quasi due milioni di posti di lavoro (-1,19%). E un’impennata del debito pubblico da 51,4 miliardi (+0,5%). Assumendo che uno shock di questo tipo avviene in media ogni dieci anni – dice ancora lo studio – il prezzo annuo sarebbe salatissimo: 100 miliardi in meno di Pil e 190 mila posti persi ogni dodici mesi. E dunque la conclusione del Parlamento Ue diventa un avvertimento: «La cornice normativa attualmente proposta per l’Unione bancaria non è sufficiente in termini di riserve e risorse per mitigare in modo completo l’impatto sistemico di una nuova crisi».
Per evitare quindi un costo della “non-Europa” pari a mille miliardi occorre rafforzare e completare l’architettura dell’Unione bancaria, affiancando al sistema unico di supervisione e al meccanismo di risoluzione delle crisi degli istituti di credito, già in campo, anche il terzo atteso pilastro: la garanzia unica sui depositi. «Una rapida costruzione dell’Unione bancaria può essere il miglior modo per assicurare resilienza e forza al settore finanziario e all’Unione monetaria nel suo complesso». Di qui l’invito dei parlamentari di Strasburgo ad «accelerare».
Osservata speciale, anche in questo quadro e al pari della Spagna, è ancora l’Italia: un paese «problematico» non solo per l’alto debito, ma anche per l’elevata quantità di crediti deteriorati in pancia alle banche. L’Italia è quarta nell’eurozona per crediti in sofferenza, dopo Cipro (45% dei crediti totali), Grecia (34%) e Irlanda (20%). Una zavorra che «deteriora» il credito e comporta «fiducia bassa e stabilità non pienamente assicurata», non solo all’Italia, ma a tutta l’area euro.
La Commissione Ue, in un rapporto diffuso due giorni fa, ricordava che «solvibilità e liquidità » delle banche possono considerarsi questioni se non risolte, di certo rafforzate. Non così la «profittabilità», specie di alcuni istituti «colpiti dall’aumento dei crediti in sofferenza e dalle pressioni concorrenziali da parte del sistema non bancario ». Ma anche da tassi di interesse al minimo storico che comprimono i margini di guadagno. E che di certo non aiutano la loro stabilità.
Valentina Conte
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