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Banche al lavoro per un prestito-ponte

«Abbiamo trovato parecchie istituzioni finanziarie che vogliono aiutarci». Così l’amministratore delegato di Fiat, Sergio Marchionne, ha risposto a chi gli chiedeva se il Lingotto fosse finanziariamente pronto ad affrontare l’eventuale acquisto delle quote Chrysler in mano a Veba, ossia il 6,64% già opzionato. Certo, vista l’attuale distanza tra le parti circa la valutazione dell’asset, nelle ultime ore sembra prevalere per il gruppo di Detroit l’ipotesi di un’Ipo. Tuttavia, Marchionne non può farsi trovare impreparato nel caso in cui gli interessi della Fiat dovessero magicamente incrociarsi con quelli del sindacato. Tanto più che per il manager l’opzione favorita resta l’acquisto delle quote.
In ragione di ciò, diverse banche sarebbero al lavoro per mettere a punto un bridge loan che in caso di necessità aiuti il gruppo di Torino a rilevare il pacchetto. L’ammontare del prestito ponte non sarebbe ancora stato definito nel dettaglio, ma si starebbe ragionando attorno a un cifra vicina a 1 miliardo di dollari. Soglia che, sulla carta, potrebbe essere più che sufficiente per affrontare l’eventuale esborso. Certo, tutto dipende dal prezzo. E in quest’ottica ieri Marchionne è stato piuttosto netto: «Dobbiamo stabilire una valutazione chiara per le quote Chrysler detenuta da Veba e vedere se è possibile che la Fiat rimpiazzi l’Ipo e dia la liquidità al trust».
Come è noto, quando Fiat ha esercitato la seconda opzione di acquisto sulla quota di Chrysler in mano al socio di minoranza la distanza tra le parti continuava a essere rilevante. In quell’occasione, secondo il calcolo del Lingotto, l’importo netto da pagare per l’acquisto della tranche era di 198 milioni di dollari (circa 150 milioni di euro). Poco superiore rispetto a quanto offerto nel luglio precedente per il primo 3,32% ma ancora distante dalle richieste del fondo Veba. Basti pensare che all’epoca Fiat aveva messo sul piatto 140 milioni di dollari e il sindacato aveva chiesto 342 milioni. Il gap era talmente elevato che Lingotto scelse infine di rivolgersi al tribunale del Delaware per provare a dirimere la questione. E il tribunale potrebbe esprimersi sull’argomento a stretto giro. Lo scorso dicembre, infatti, Marchionne aveva dichiarato di aspettarsi una decisione «entro il primo trimestre». La sentenza, abbinata al parere delle banche chiamate in causa per provare a dare una valutazione puntuale di Chrysler, potrebbe mettere un punto fermo nel dibattito. E potenzialmente aprire le porte ad un accordo. Motivo in più per predisporre per tempo le risorse finanziarie per affrontare il dossier.
Il meccanismo per calcolare il prezzo dell’opzione è assai complicato ma viene spiegato così: «Fiat pagherà un prezzo determinato secondo gli accordi tra le parti sulla base di un multiplo di mercato (non eccedente il multiplo di Fiat) applicato all’ebitda di Chrysler degli ultimi quattro trimestri, meno il debito industriale netto. Questo importo deve essere ridotto in base all’accordo di un ammontare pari al contingent value rights settlement price (che, in forza dell’art. 2.2.(f) dell’accordo non può essere inferiore al 10% o superiore al 20% del prezzo di esercizio dell’opzione)».

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