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Banche a picco in Europa, crolla Milano (-4,5%)

«E se tutti i processi di riforma avviati nei mesi scorsi da Spagna e Italia finissero ora nel nulla?». Uno dei più grandi investitori azionari italiani sintetizza con questa perplessità il senso di smarrimento che serpeggia nelle sale operative. Con un rischio politico crescente davanti, sia in Italia che in Spagna, e con un rally alle spalle che vale la pena monetizzare, agli operatori non rimane che una scelta: vendere.
Ecco perchè ieri le borse europee hanno registrato una giornata di forte flessione, la peggiore degli ultimi tre mesi. Parigi ha ceduto il 3,01%, Francoforte il 2,49%, Londra l’1,58%, Madrid il 3,77%. Ma il calo peggiore ha riguardato Milano: il Ftse Mib ha lasciato sul terreno il 4,5%.
Le ragioni del calo
Perchè tutta questa foga nell’alleggerire le posizioni sull’Europa? A sentire gli operatori, ieri si sono sovrapposte diverse motivazioni. La principale delle quali è legata al rischio politico crescente in Spagna e in Italia. Partiamo da Madrid. Il paese iberico ieri ha visto impennare il tasso dei Bonos (a 382 punti per un tasso del 5,43%) perchè gli investitori iniziano a temere la caduta del governo di Mariano Rajoy, a causa dell’inchiesta sulle presunte tangenti incassate da esponenti del Partito Popolare. Una caduta del governo attuale potrebbe mettere a rischio l’intero processo di riforme già avviato ma, soprattutto, di fronte a un eventuale crollo della fiducia internazionale, obbligherebbe i partner europei a un salvataggio d’urgenza, di cui però non si conoscono ancora bene nè i contorni nè gli effetti. Non molto diversi i timori che stanno montando sull’Italia. A tre settimane dalle elezioni, ci sono forti incertezze sulla possibilità che dalle urne esca una maggioranza stabile, in grado di proseguire sul cammino delle riforme intraprese nel corso del 2012. Ma ciò che più inquieta gli operatori è che «nell’elettorato italiano possano fare breccia le promesse demagogiche di Silvio Berlusconi, i cui annunci fanno temere un allontanamento del paese dalla linea riformista intrapresa fino ad oggi», segnalavano dal desk azionario di una delle principali banche britanniche. In questo clima di profonda incertezza, non a caso i BTp hanno seguito a ruota i Bonos, chiudendo a quota 4,47% sulla scadenza decennale con lo spread a 286.
Il caos banche
A tutto ciò vanno aggiunti due elementi: anzitutto il pessimo risultato di Commerzbank (che ha annunciato un crollo dell’utile netto a 6 milioni di euro nel 2012, dai 638 milioni del 2011, con una perdita netta di 720 milioni nel quarto trimestre per una svalutazione straordinaria); secondo, il clima di sfiducia che aleggia sull’intero settore del credito italiano, complice lo scoppio del caso derivati su Mps. Ecco perchè ieri l’intero comparto bancario europeo ieri ha perso quota con una flessione del 2,92%. La débâcle peggiore, tuttavia, ha riguardato proprio il comparto creditizio italiano (-6,43%), il cui peso sul paniere milanese è preponderante rispetto al resto d’Europa. Punito in particolare il titolo Unicredit, uno dei liquidi del listino milanese e quindi più esposto alle vendite in Italia e all’estero: appesantito dal taglio di Ubs a “neutrale” (da “comprare”), il titolo è arretrato dell’8,29%. Giù sono andati, tra gli altri, anche Banco Popolare (-6,89%), Bpm (-6,55%), Intesa Sanpaolo (-5,35%) e Mps (-4,83%).
Che cosa succederà ora? Molti osservatori sono concordi nel ritenere che da qua alle prossime 2-3 settimane per i mercati azionari sia da mettere in conto una fortissima volatilità. Complice anche un rally che a gennaio è valso un aumento del FtseMib pari al 5%, la strategia diffusa – di cui ieri si sono visti gli effetti – potrebbe essere quella di chiudere posizioni e rimanere neutrali. Almeno fino a quando non si capirà l’esito delle elezioni italiane.

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