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Banche, il 75% è carente sull’esposizione dei costi

La rendicontazione dei costi ex post prevista da Mifid2 tarda ad arrivare, ma anche l’informativa ex ante – che gli intermediari finanziari sono tenuti a consegnare ai clienti prima dell’investimento per prefigurargli i costi che andrà a sostenere – lascia molto a desiderare. In particolare, nel 75% dei casi la documentazione relativa alla consulenza in materia di investimenti e alla gestione di portafogli non riporta la totalità delle informazioni raccomandate dalla Mifid2. È questo in generale il dato che emerge dalla ricerca condotta sul campo, tra febbraio e luglio 2019, da MoneyFarm insieme alla School of Management del Politecnico di Milano per verificare la conformità ai dettami normativi della reportistica ex-ante prodotta da un campione di 20 fra i più importanti intermediari finanziari operanti in Italia.

I servizi che sono stati considerati sono quelli di consulenza in materia di investimenti (offerto da tutti gli intermediari finanziari) e di gestione di portafogli (offerto da 16 su 20 intermediari del campione). La ricerca è stata realizzata direttamente sul web oppure attraverso richieste di contatto e per non condizionarne l’esito non è stata menzionata la finalità in modo da simulare l’approccio di un normale investitore. Nella maggior parte dei casi è stato comunque necessario recarsi direttamente presso le filiali per ottenere dai consulenti le informazioni relative ai costi applicati ai vari servizi offerti.

Tra le lacune riscontrate emerge che nel 60% delle richieste relative alla consulenza finanziaria la documentazione è stata consegnata in forma verbale, una percentuale che scende al 31% ma rimane significativa per la gestione di portafogli. «L’informativa è spesso carente anche rispetto ai costi per operazioni, alle spese per i servizi accessori e le commissioni di performance – spiega Giancarlo Giudici, professore associato della School of Management Politecnico di Milano e referente scientifico della ricerca -. Le spese correnti e le spese una tantum sono più frequentemente dettagliate, mentre i costi vengono esplicitati in valore assoluto solo nel 45% dei casi per la consulenza finanziaria e nel 19% per la gestione di portafogli. I risultati fanno quindi emergere un quadro migliorabile e ci si augura che questa analisi comparata serva proprio come stimolo per valorizzare le buone pratiche e rendere più efficiente la trasparenza delle informazioni».

La stessa Consob, che il 28 febbraio scorso ha pubblicato un richiamo di attenzione sull’osservanza della normativa in argomento chiedendo agli intermediari di esplicitare i presidi adottati in tale direzione nella “Relazione sui servizi” che dovevano trasmettere all’authority entro il 31 marzo scorso. E in attesa di indagini sul campo condotte dalla Consob, sarebbe quantomeno interessante per il mercato conoscere l’esito dell’analisi delle informazioni trasmesse dagli intermediari per giungere alla definizione di comunicazioni più standardizzate.

Nella ricerca condotta sotto l’egida del Politecnico di Milano emerge che l’informativa non viene fornita nel 70% dei casi (per quel che attiene la consulenza finanziaria) secondo il formato ufficiale in un documento intestato dell’intermediario finanziario. Ma il dato che le società non vogliono proprio comunicare sembra essere quello dell’impatto cumulativo dei costi sulla redditivà dell’investimento che nell’80% dei casi non viene indicato. «La maggior parte degli investitori italiani ad oggi è ancora all’oscuro dei costi associati ai propri investimenti – afferma Paolo Galvani, co-fondatore di Moneyfarm – nonostante questi siano particolarmente ingenti in Italia rispetto al resto d’Europa. Questa prima parte della ricerca è stata focalizzata sull’analisi delle informative ex-ante, ma avrà un seguito quando i rendiconti dei costi ex-post saranno inviati da tutti gli intermediari ai clienti». E anche in quel caso le sorprese non mancheranno.

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