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Banche, 10mila miliardi di cash in bilancio

La Bank of England interviene con un prestito illimitato a Northern Rock, per permettere all’istituto di credito di «superare i problemi di liquidità». La clientela, intanto, affolla i marciapiedi di fronte alle filiali per cercare di salvare i depositi salvabili. Sono passati 10 anni da quelle code allo sportello, da quel 14 settembre 2007 che diede al mondo l’assaggio di cosa stava diventando la strana crisi dei mutui subprime scoppiata negli Usa: una crisi globale delle banche. E, soprattutto, una crisi di liquidità. Northern Rock è stato il primo caso di banca al collasso per mancanza di denaro liquido. Lehman Brothers, un anno dopo, è stato il caso più clamoroso.
Dieci anni dopo, però, si può affermare che almeno questa lezione il sistema bancario l’abbia imparata: le banche oggi sono infatti molto più liquide di allora. Sono insomma molto più forti per affrontare anche eventuali code agli sportelli. Elaborando i dati S&P Market Intelligence sui bilanci degli istituti di credito quotati in tutto il mondo, emerge che in un decennio la liquidità degli istituti di credito (in gergo tecnico la voce “cash and equivalents”) sia quasi raddoppiata: nel 2008 risultavano a livello aggregato circa 5.800 miliardi di dollari mentre oggi, stando agli ultimi bilanci disponibili, risultano iscritti alla voce cash quasi 10mila miliardi di dollari.
Bilanci liquidi
Molti studi dimostrano questo rafforzamento globale. In America – calcola la Federal Reserve – le banche hanno oggi il 24% del totale attivo in cash o investito in titoli di Stato: rispetto al 2007 la liquidità nei loro bilanci è raddoppiata da circa 800 a 1.600 miliardi di dollari. Tanto che – anche grazie agli aumenti di capitale – secondo il ministero del Tesoro Usa gli istituti del Paese sarebbero capaci di assorbire perdite fino a 600 miliardi di dollari senza alcun problema. Un’analisi pubblicata pochi giorni fa dal Comitato di Basilea raggiunge risultati simili: il «Liquidity coverage ratio», cioè il nuovo parametro che calcola la liquidità dei bilanci bancari e che deve essere almeno al 70%, ha superato il 130% in Europa e il 120% in America.
Stesso discorso per il Giappone. Nel bilancio 2008 di tutte le banche quotate in Borsa risultavano, a livello aggregato, poco più di 200 miliardi di dollari iscritti alla voce “cash equivalents”. A fine 2016 questa voce risultava pari a 1.800 miliardi di dollari. Una crescita vertiginosa. E positiva: avere tanta liquidità in bilancio significa avere un “cuscinetto” di sicurezza in caso di improvvisa crisi di fiducia. Una banca è raro che fallisca per mancanza di capitale, ma è più facile che collassi per una crisi di liquidità: cioè quando non ha più i soldi necessari per soddisfare le richieste di chi li chiede indietro.
Il ruolo delle banche centrali
I motivi di tanto cash nei bilanci bancari sono vari. In Giappone la crescita della liquidità è iniziata a partire dal 2011, l’anno in cui la Bank of Japan annunciò il suo piano di acquisti di titoli di Stato (Qe) allo scopo di rianimare un’economia fiaccata dalla deflazione. Negli anni a venire la banca centrale giapponese avrebbe poi ulteriormente potenziato la sua azione di stimolo. Lo scambio titoli con cash è ciò che ha fatto esplodere la liquidità nei bilanci delle banche giapponesi. Per spingere gli istituti a impiegare questa liquidità facendo credito alle imprese la BoJ ha recentemente introdotto i tassi negativi su una parte di questi depositi. Seguendo l’esempio della Bce.
E quello delle nuove regole
A differenza del Giappone, in Europa e Stati Uniti il ruolo delle politiche espansive delle banche centrali è stato meno importante nel determinare l’incremento della liquidità nei bilanci bancari secondo Domenico Rizzuto di DR Finance consulting . «Le banche centrali – spiega il gestore – hanno giocato un ruolo fondamentale per ristabilire la fiducia ed evitando gli effetti letali di una stretta creditizia. Credo tuttavia che oggi gli istituti siano più liquidi perché la regolamentazione introdotta dopo la crisi ha portato a una colossale riduzione della leva finanziaria da parte delle banche».
Le banche centrali hanno infatti inondato di liquidità il mercato mondiale, ma allo stesso tempo – per evitare che si creassero nuovi eccessi, nuove crisi e nuove bolle – con le politiche prudenziali le Autorità globali hanno fatto in modo che le banche ridimensionassero le loro attività. Questo ha ridotto l’esuberanza delle banche, ma anche il credito a imprese e famiglie. La combinazione tra politiche monetarie ultra-espansive e politiche macroprudenziali molto restrittive ha così creato un paradosso: oggi il mondo finanziario è inondato di liquidità, ma questa abbondanza di cash arriva con il contagocce al mondo reale. Cioè alle imprese e alle famiglie.

Andrea Franceschi
Morya Longo

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