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Bancarotta, rilevanza ai debiti

Anche le condizioni economico-finanziarie di una società di cui è stato dichiarato il fallimento concorrono a determinare il dolo specifico del reato di bancarotta fraudolenta documentale. Per esempio, ingenti debiti, accertabili dalla documentazione contabile, sono sufficienti a giustificare l’intenzione dolosa di chi, per recare danno ai creditori, commette condotte quali la distruzione, l’occultamento o la mancata consegna della contabilità.Il principio si desume da una pronuncia della Corte di cassazione, la sentenza n. 17152/2019, depositata il 18 aprile 2019, secondo cui il dolo specifico, richiesto per la configurabilità dal reato di bancarotta fraudolenta documentale, appunto, può essere desunto dalla situazione aziendale complessiva. Quest’ultima, secondo gli ermellini, è in grado di per sé di rendere palese il fine richiesto dalla normativa, ossia procurare un danno alle ragioni dei terzi creditori, per poter ritenere punibile la condotta delittuosa.

Nel caso di specie, entrambi gli imputati erano stati condannati per il reato previsto dall’art. 216 della legge fallimentare, consistente in particolare nella distruzione delle scritture contabili, tanto da omettere la consegna al curatore fallimentare, così da non consentirgli di esercitare il proprio compito.

Gli imputati, con apposito ricorso del difensore, deducevano l’illegittima applicazione della normativa a loro carico, osservando come la figura criminosa per la quale erano stati condannati non riguardava le loro condotte. Infatti, osservava il legale, come l’illecito sanzionatorio dall’art. 216 l.f. necessitava per la sua configurabilità di un ben preciso coefficiente psicologico, identificabile in quello che la dottrina chiama dolo specifico.

Tale forma di dolo richiede per la sua realizzazione non solo la volontà della condotta, ma la sua direzione verso un ben preciso fine, costituito nel caso di specie dall’intento di arrecare pregiudizio alle ragioni dei terzi.

Non solo, ma la decisione oggetto del ricorso presentava un ulteriore motivo d’illegittimità, relativo in questo caso al trattamento sanzionatorio.

Osservava il legale degli imputati, sul punto delle pene applicate, come i giudici di merito fossero incorsi in un evidente errore nella loro determinazione, dato che avevano graduato le conseguenze sanzionatorie in maniera eccessiva e inadeguata rispetto all’effettiva entità della responsabilità ascrivibile all’imputato, la quale non necessitava di un trattamento tanto rigoroso.

Infatti, i giudici della Corte d’appello avrebbero dovuto considerare la condotta tenuta dagli imputati nel corso dell’esecuzione delle pene applicate per altri fatti, che era stata corretta e osservante delle norme e delle prescrizioni.

Il procedimento, dopo avere fatto il proprio corso, veniva deciso da parte degli ermellini con la sentenza qui commentata.

La motivazione della sentenza esamina, sulla base dell’eccezione proposta dal legale degli imputati, la questione circa l’esistenza o meno del coefficiente psicologico richiesta dall’art. 216 l.f.

I giudici della Corte suprema di cassazione richiamano le decisioni dei giudici di merito sul punto, le quali a loro volta si basano sull’esame del contenuto della normativa vigente in materia di bancarotta.

Dall’esame della predetta disposizione si evince l’esistenza di due diverse figure di reato aventi a oggetto condotte diverse.

Entrambe riguardano le scritture contabili della società, della quale è stato dichiarato il fallimento, ma presentano connotati diversi, in relazione alle loro modalità di realizzazione oggettive e soggettive.

La prima di tali condotte consiste nella distruzione od occultamento delle scritture contabili, ovvero di quegli strumenti che consentono di ricostruire la situazione societaria: è diretta come è evidente a non rendere possibile l’accertamento delle reali condizioni della persona giuridica, alla quale si riferiscono i documenti oggetto dell’attività illecita.

La condotta criminosa in tal caso deve essere animata dal fine di procurare a sé o ad altri un ingiusto profitto o arrecare un ingiusto pregiudizio alle ragioni dei creditori. Si tratta in particolare di quello che la dottrina definisce dolo specifico, dicitura, che, sulla base della sua consistenza evidenzia la necessità di un fine ulteriore che deve animare la condotta del reo.

La seconda delle condotte, al contrario, sia pure avente a oggetto le scritture contabili si configura nel caso in cui sulle medesime venga posta in essere un’attività di falsificazione che sia tale da non consentire di rendere possibile la ricostruzione del volume d’affari dell’impresa.

Per tale condotta, tuttavia, non è necessario il dolo specifico, ma in maniera più semplice quello generico, posto che per la configurabilità del reato è ininfluente il motivo per il quale il reo agisca.

La motivazione prosegue considerando la prima delle condotte, oggetto della contestazione a carico degli imputati; gli ermellini in particolare esaminano il problema delle modalità di accertamento del dolo specifico, giungendo alla conclusione che nell’ipotesi di procurata indisponibilità delle scritture conseguente a una condotta del reo da tale fatto di per se stesso può essere desunta una ben precisa volontà del soggetto agente.

Non solo, ma l’elemento psicologico, prosegue la motivazione, può essere desunto altresì da ulteriori indici, purché in grado di dimostrare univocamente e indiscutibilmente la precisa volontà del reo, di ledere le ragioni dei creditori.

Osservano ancora gli ermellini come per la configurabilità del reato è necessario che venga raggiunta la certezza circa lo stato psicologico del reo, ovvero del suo ben preciso intento di raggiungere il fine richiesto dalla disposizione, in altre parole che paia indiscutibile la ratio che muove il comportamento del reo.

L’intenzione del reo può essere pertanto desunta dalla situazione complessiva della persona giuridica, nel caso in cui si configurino certi fatti quali per esempio una forte esposizione debitoria che diverrebbe difficilmente accertabile in assenza della documentazione contabile.

In casi come questo può essere raggiunta la certezza del dolo specifico richiesto dalla legge fallimentare.

Applicati tali criteri alla situazione oggetto della sentenza qui in commento il motivo, fondato sulla mancanza del dolo, non può che essere rigettato. Infatti, la società della quale era stato dichiarato il fallimento presentava una situazione debitoria molto grave nei confronti dell’Erario, quale conseguenza di imposte non pagate.

Tale situazione avrebbe potuto essere facilmente documentata attraverso l’esame delle scritture contabili delle quali era venuta meno la disponibilità a seguito della condotta illecita dei rei. La responsabilità degli imputati può ritenersi, pertanto, sotto tale punto di vista provata, dato che agli stessi poteva essere ascritta la mancanza delle scritture contabili.

Fatto che, proprio per la particolare situazione societaria e per l’entità dei debiti ascrivibili alla persona giuridica, poteva consentire di ritenere provato anche il fine di procurare un danno alle ragioni dei terzi creditori per le condotte illecite poste in essere dagli imputati.

Andrea Magagnoli

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