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Bancarotta fraudolenta, il manager al bando per 10 anni

Non può fare l’imprenditore per dieci anni né svolgere incarichi direttivi presso altre aziende il manager condannato per bancarotta fraudolenta anche se con la pena minima di tre anni. Non solo. Il reato sussiste anche a carico dei titolari di ditta individuale che, nonostante operino in regime di contabilità semplificata, non hanno tenuto il libro giornale e il libro degli inventari.

Sono questi i principi affermati dalla Corte di cassazione con la sentenza n. 769 dell’8 gennaio 2012.

Dunque, la quinta sezione penale di Piazza Cavour ha reso definitiva la pena principale a tre anni di reclusione e quella accessoria di dieci anni di interdizione dall’attività imprenditoriale decisa dalla Corte d’appello di Palermo a carico di un piccolo imprenditore, titolare di una ditta individuale con regime a contabilità semplificata, che fin dall’inizio non aveva tenuto il libro giornale e quello degli inventari, impedendo così alla curatela di ricostruire il volume d’affari.

In queste lunghe e interessanti motivazioni i supremi giudici fanno una serie interessante di precisazioni. Prima di tutto «anche le imprese sottoposte a un regime tributario di contabilità semplificata sono obbligate alla tenuta delle scritture e dei libri di cui all’art. 2214 c.c., e in modo particolare del libro giornale e del libro degli inventari che lo stesso art. 2214 c.c. indica come scritture contabili obbligatorie per chi esercita un’attività commerciale, sia ai fini civili che a quelli penali previsti dalla legge fallimentare».

Ma non solo. L’altro importante aspetto trattato dal Collegio di legittimità è quello per cui per essere condannati per bancarotta documentale fraudolenta non è necessario aver distrutto le scritture ma è sufficiente non averle tenute fin dall’inizio con l’intento di impedire al curatore la ricostruzione del volume d’affari.

In proposito la sentenza spiega che ove anche si volesse qualificare la condotta illecita in termini di mera omissione delle scritture contabili obbligatorie, ipotizzando che la contabilità, almeno per un certo periodo di tempo, non sia stata mai tenuta, «sarebbe pur sempre configurabile non il delitto di bancarotta documentale semplice, ma quello più grave di bancarotta fraudolenta documentale che ricorre quando sia stata raggiunta la prova che l’omessa tenuta delle scritture contabili è mirata a impedire la ricostruzione della contabilità.

E poi la pena accessoria: ad avviso della Suprema corte dieci anni di interdizione dall’esercizio dell’attività imprenditoriale e manageriale non sono troppi anche se il condannato per bancarotta fraudolenta ha preso il minimo della pena. Sul punto in motivazione viene infatti chiarito che la pena accessoria che consegue alla condanna per il delitto di bancarotta fraudolenta ai sensi dell’art. 216, ultimo comma, legge fall., è indicata in misura fissa e inderogabile dal legislatore nella durata di anni dieci quindi, a prescindere dalla durata della pena principale, con conseguente inapplicabilità dell’art. 37, c.p.

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