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Il nuovo bancario? È gomito a gomito con l’algoritmo

La tecnologia bussa da tempo alla porta dell’industria finanziaria. Ma una buona fetta delle soluzioni hi-tech e delle applicazioni delle prolifiche software house restano spesso fuori dalla porta a fare anticamera. Ma la sfida ora è il finanziamento diretto da parte delle banche di start-up in grado di produrre tailor made applicazioni ad hoc. Sia il settore del credito che la consulenza finanziaria sono state caute finora nell’implementare processi di innovazione tecnologica al passo con le novità del mercato. Le ragioni sono strutturali: da una parte la delicatezza della materia, che richiede alti requisiti di sicurezza informatica nelle operazioni finanziarie; dall’altra la complessità dei processi di trasformazione delle organizzazioni nei luoghi di lavoro creditizio, gestiti finora dal Fondo esuberi di categoria. Non è un caso che, secondo Gfk Eurisko, il robo-advisor rappresenti una minaccia per il 73% dei consulenti finanziari, contro il 63% della media europea. Finora il fattore umano è stato decisivo: nel bene, ossia nella gestione fiduciaria della relazione con i clienti dalle esigenze ridotte. Ma anche nel male, se si pensa alle crisi bancarie scaturite da una sventata erogazione del credito e al misleading nel collocamento di titoli forzando il livello di rischio della clientela. Nel dopo crisi i sistemi informatizzati hanno strutturato l’erogazione del credito secondo scoring precisi, che lasciano già davvero poco alla discrezionalità dell’impiegato o del funzionario di banca.
La domanda che oggi si pongono i vertici degli istituti di credito è: occorre frenare, subire o guidare i processi innovativi, e in che direzione? Una prima risposta la offre l’indagine di Abi Lab, sulle priorità di investimento per il 2017 l’Ict degli istituti associati: oltre i due terzi di loro ha puntato al mobile e alla dematerializzazione dei pagamenti, al potenziamento delle infrastrutture e alla gestione del rischio; solo un terzo ha guardato all’intelligenza artificiale e alla robotic process automation. La progressiva digitalizzazione dei processi finanziari, tuttavia, non fa che rendere sempre più esigente la clientela, soprattutto i più giovani: per i quali bonifici e pagamenti appaiono sempre più alla stregua di commodities, mentre maggiore è la sensibilità per ciò che ha un maggior valore tecnologicamente aggiunto. Non a caso negli Usa si stima un balzo degli investimenti in intelligenza artificiale e tecnologia dai 200 milioni di dollari all’1,2 miliardi del 2020. I colossi del web, come Google, Amazon, Facebook e Apple, con la loro capacità di muovere il denaro della propria clientela, sono pronti a sostituirsi a gran parte delle attività finanziarie. E la febbre da Bitcoin e criptovalute rappresenta la spia della disponibilità di ampie fette della clientela di finanziarizzarsi in modo off.
Per rispondere a questo rischio molti istituti di credito guardano alle Fintech e alle loro innovazioni, finanziando spesso direttamente questi processi: dal robo-for-advisor che aiuta il consulente finanziario nella gestione di portafoglio del cliente, al robo-advisor che basa il suo algoritmo sulle neuroscienze, profilando il cliente in base alle sue caratteristiche neuro-cognitive. Fino al sistema di riconoscimento vocale che analizza le biometrie delle registrazioni audio per verificare il rispetto della normativa sulla trasparenza Mifid e Mifid II (in vigore quest’ultima dal 3 gennaio); e già che c’è, verifica il livello di soddisfazione del cliente analizzando l’intonazione della voce, a beneficio del Crm dell’istituto di credito, che immagazzina i dati e compie analisi macro su tutta la clientela. L’algoritmo si candida ad essere sempre più spesso stretto collega del bancario. Soprattutto di quello più giovane, che entra ora in banca e si trova di fronte una professione ben diversa da quella di chi ora esce.

Marco lo Conte

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